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La Foresta di Mezzo

...non soffiava un alito di vento. Si potevano sentire gli alberi che crescevano...

Francesco Mari

Una lancia spezzata per il citazionismo
La Foresta di Mezzo è uno di quei luoghi che una volta trovato non ti abbandona più. Non è un luogo di questo mondo, né di nessuno di tutti gli altri mondi possibili. Essa è fuori del tempo, e fuori dello spazio: è da nessuna parte. E' l'anello di congiunzione tra il nostro e tutti i mondi che stanno dall'altra parte del sottile velo della realtà. Appena un passo oltre, vicinissima per chi sa come arrivarci, ma irraggiungibile per chi non ne ha ancora trovato la chiave nell'anima. Immaginatela come un bosco fittissimo, con alberi di ogni specie e di ogni colore, che non lasciano intravedere il cielo; eppure è un luogo luminosissimo, e la luce che viene dall'alto, filtrata dalle foglie, è di un verde dorato meraviglioso, che difficilmente vedreste mai sulla Terra. Vicinissimi tra di loro, tra un gruppo di piante e l'altro, ci sono degli stagni d'acqua. Il bosco ne è pieno, ed essi sono separati solo da soffici sentieri d'erba. Stagni così, sono certo, non ne avete mai visti: tanto piccoli quanto profondi, pieni di acqua pulita e limpida come il cristallo,
di colori diversi a seconda del fondale. Azzurro, blu scuro, verde, arancione perfino! A descriverla così sembrerebbe un posto malsano, una sorta di jungla piena di zanzare e serpenti, ma essa è in realtà tutt'altro: "Era la foresta più silenziosa che si potesse immaginare. Non c'erano uccelli, insetti o altri animali e non soffiava un alito di vento. Si potevano sentire gli alberi che crescevano!". Già, perché anche se tutto è muto, nella Foresta di Mezzo, la protagonista è la Vita. Un luogo lontano da tutto dunque, che non è ne un punto di partenza né un punto di arrivo, ma è di sicuro una sosta obbligata. E' il posto nel quale le scelte sono infinite, è il momento che porta con sé tutti i momenti passati e tutti quelli futuri, la porta carraia con scritto Attimo sull'architrave. Guai a chi resta bloccato qui, questo è un luogo di transizione, non è fatto per restare, ma solo per indicare tutte le vie possibili...Qui, se tendete l'orecchio, riuscirete a udire la vita scorrere negli alberi dei vostri pensieri, delle vostre idee, dei vostri sogni. Fermatevi e ascoltate!
October 28

Si prendono strade ferrate e si va

Devo smetterla di ripetermi che sono a Parigi.

Il fatto è che continuo a dimenticarmelo, proprio come se non fosse vero, proprio come se le strade per cui da cinque giorni cammino fossero un quartiere finora sconosciuto della mia Genova. Come se piazza De Ferrari fosse ad un tiro di metropolitana da Boulevard du Montparnasse, e bastasse guardare fuori dalla finestra per vedere il Bigo. Come al solito.

Invece alzo gli occhi e vedo la Tour Eiffel, illuminata e luccicante, fuori del mio abbaino.

No. C'è qualcosa che non va, Francesco. Sei a Parigi. Sei a Parigi.

Ma ogni volta è solo un attimo di consapevolezza, che subito scivola nel turbine di cose da fare, di documenti da presentare per l'università, per il conto in banca, per l'abbonamento della metropolitana. Scivola via per essere confusa, offuscata ed infine abilmente rimossa e stoccata in chissà quale anfratto della mia mente. Un gran bello scherzo davvero.


30 Agosto 2009


C'è un grande via vai per le scale di casa A, che vanamente sto tentando, se Dio vuole per l'ultima volta quest'anno, di far pulire alla mia squadra di ragazzi. Tutti che portano su e giù le valigie, liberano i letti e le stanze di Monteleco e si preparano a tornare a casa. Cosa significhi poi casa per questi ragazzi di cui ci occupiamo per quattro settimane lungo tutto agosto, è da vedere. Casa. Si torna a casa, e anch'io ritorno alla mia, per niente felice e piuttosto spaventato. Sono giorni ormai che, complice la stanchezza, sono sempre sull'orlo delle lacrime. Spazzo il pavimento, e piango. Piango perché mi aspettano due settimane a casa, le ultime due per me, che sto per partire per la Francia, e le ultime due con me delle persone a cui voglio bene, e che mi accingo a lasciare qui. Piango perché ho paura. Piango perché mi dispiace. Piango perché mi sento in colpa. Ma soprattutto piango perché ho scelto, e per me scegliere è la cosa più difficile al mondo. Che si parli di strade, idee, ragazze, amici, io detesto e temo sopra ogni cosa dovermi definire in una posizione, e mantenerla. Quanto più facile, e meno pericoloso per i sentimenti di tutti, è restare nel seno della possibilità. Finché il mondo è fatto di opzioni nessuno può farsi male, ma solo immaginare di essere felice. E se fantasticare sulla felicità non è felicità vera, almeno niente e nessuno potrà ferirci. È un buon compromesso. Ci si può abitare dentro, come in una personale sfera di diamante -trasparente, perfetta, infrangibile- e dal suo interno guardare l'universo, sicuri che niente ci possa colpire. Ma separati dalla realtà.

Io non ci credevo, che non si potesse vivere così. Per anni sono stato fermamente convinto -e una parte di me lo è ancora, e lo sarà sempre- che dentro quel comodo e cristallino guscio di possibilità io avessi trovato la condizione ideale. Poi, lentamente, ho dovuto rendermi conto che la mia convinzione altro non era che un'appetitosa menzogna che mi servivo da solo, tutti i giorni, per consolarmi e dimenticare le mie debolezze. E mi sono costretto a guardare la verità, cioè che nessuna realtà è fatta di opzioni, di possibilità. No, la realtà in cui viviamo è fatta di strade a scorrimento veloce e d'incroci; quando scatta il verde del semaforo, allora bisogna scegliere una direzione e partire. Altrimenti la gente dietro si mette a suonare. O peggio, si rischia d'essere investiti. Le possibilità sono che la vita ci mette davanti sono meravigliose a vedersi, ma effimere come la rugiada del mattino, che scompare col primo sole. Dilatarle all'infinito significa vivere fuori del mondo, in un presente che non è presente, ma un'offuscata fantasia di un futuro che non si realizzerà mai. E quel che è peggio: non si realizzerà mai perché noi non permettiamo che lo faccia!

Tanto più che prima o poi il presente arriva da solo, e quando ti investe con tutta la sua devastante realtà, allora delle scelte sei costretto a farle. Con tanti saluti alla tua tanto amata libertà, che pretendevi di proteggere procrastinando all'infinito il momento della scelta.

E allora, che fare? Rientrare -con enorme fatica- nel mondo dei vivi, e scegliere.

Chi vuoi essere?

Spazzo il pavimento e piango, perché crescere mi costa tante lacrime. Fuori cominciano ad arrivare i primi genitori, che vagano nel cortile pieno di foglie (è una sciagura, questa ruggine degli ippocastani. A metà agosto sembra già pieno autunno) davanti alla chiesa dove tra poco Fully dirà l'ultima messa della stagione. Volano le foglie. Ho addosso una maglietta verde prato con scritto sopra -in inglese maccheronico- “the people is the power”: certamente è così. Certamente, se Fullyno e questo posto mi hanno insegnato qualcosa, è che il carburante per vivere sono le altre persone. Vado in chiesa e prego, perché le persone che ho così paura di lasciare qua possano essere energia per intraprendere il cammino che mi sono scelto. Trampolino di lancio per chi parte, e materasso per l'atterraggio di chi torna. Ciò che mi sono sforzato d'essere per gli altri, ma che davvero non ho la forza di credere che gli altri possano essere per me.


8 Settembre 2009


Bergeggi: “l'ultima giornata al mare tutti insieme”. Che meraviglia ragazzi, che bello...

Non mi ricordavo che in Liguria esistessero spiagge di tale bellezza, ma negli ultimi giorni ho dovuto ricredermi. Il golfo del Tigullio nel weekend e poi questo piccolo paradiso a un tiro di schioppo da casa. Non ti accorgi mai di quanto sia bella casa tua finché non stai per andartene, temo. I fregi dei palazzi, nel centro storico, non hanno mai colpito la mia retina con tale violenza come in questi giorni, né mi hanno mai impressionato tanto i gabbiani che volano vorticando di notte, sul Bigo, come falene attratte irresistibilmente dalla luce d'un lampadario (solo che nel caso del Bigo è tutto sottosopra). Tutto quel che guardo è prezioso. E tutto ciò che faccio, è “per l'ultima volta”. Anche se non sono io a pensarlo, c'è sempre qualcuno che me lo ricorda, che me lo dice, che lo sottolinea con un tratto di matita rossa. Ma andate tutti a farvi una lunga passeggiata sul molo corto, come diceva Guybrush Threepwood. Cosa vuol dire ultima volta? E perché dovrebbe esserlo?

Mi sento preso tra l'incudine ed il martello: tutti vogliono vedermi un'ultima volta, tutti famiglia compresa fanno a brani il mio tempo cercando di accaparrarsene un pezzo ancora. Io in realtà, vorrei solo stare a guardare i gabbiani ed le chiavi di volta degli archi murati davanti a San Siro. Ma li adoro perché insistono, perché come di mio solito, io ho paura di voler bene troppo, e quindi tendo a svicolare. Che bastardo. Vi chiedo scusa, a tutti, se sono sfuggente. Ancora una volta, è per non piangere. Mi paro dietro il mio guscio, facendo finta che niente stia cambiando, cercando di non soffrire. Grazie per avermi costretto (ma Ste, ti prego, la prossima volta che vuoi farmi ubriacare, non sfidarmi a Trivial Pursuit!). Detto questo, NON è affatto l'ultima volta. E, se voi non mollate me, tranquilli, io non mollo voi neanche morto.


15 Settembre 2009, Martedì. Ore 17:45.


Il tempo passa, gli amici partono, io anche, infine. È impressionante il numero di persone che se ne va quest'anno, ed è consolante sapere che se io rimanessi a casa, mi sentirei solo tanto quanto so che mi sentirò a Parigi, la grande città. Con qualche rilevantissima eccezione, i miei migliori amici se ne vanno da Genova, preda anche loro di questa mania di andarsene che colpisce la nostra generazione, mania che ormai ho imparato a riconoscere, e che ha molto a che fare col panico (mi si può credere, io sono nel numero di chi se ne va, un contagiato d'annata da questo morbo epidemico. Denominazione d'origine controllata). In fondo, mi mancherebbero allo stesso modo, sia restando a casa, che andando via.

Si parte.

Il treno per Milano lo conosco, è lercio come al solito. E quel che è peggio, sono lerci i finestrini, tanto da rendere opaca e lontana l'immagine dei miei fratelli e della mia ragazza sulla banchina, a salutare. Mia mamma non è voluta venire sul binario, e mio padre è rimasto con lei. Salutano attraverso lo sporco del vetro. Sono solo a due metri di distanza, ma sono già irraggiungibili. Mi sforzo di sorridere, ma riesco a produrre solo una smorfia di quelle che se mi potessi guardare allo specchio, mi verrebbero le convulsioni da tanto ridere. Spegnete la luce, vi prego, e svegliatemi domani mattina.

Ma no.

Il cambio è a Milano, e il mio secondo treno, quello per la Ville Lumière, parte alle 23:35. Non ci sarà sonno per me, almeno per un po'. Fortuna che, alla stazione centrale, ad aspettarmi c'è Nicola. Meraviglioso Nicola. Non so se mi riesce di dirgli quanto importante sia per me avere la possibilità di poter passare quelle ore di limbo con un amico vero. Non so se si rende conto che se lui non fosse lì a tenermi compagnia, semplicemente a chiacchierare, io girerei sui tacchi e tornerei a casa. In fondo lui ha l'anima del routard, e del mio viaggio vede solo la faccia lucida. Io invece oggi vedo solo quella opaca, com'era logico aspettarsi da me.

A Milano fa un gran freddo, accidenti: io ho ai piedi i sandali, irrinunciabili Birkenstock, uniche vere calzature adatte ai miei piedi, laddove tutte le altre scarpe sono prigioni. Maledetto l'inventore delle scarpe. E maledetto questo freddo. Io senza sandali, proprio non potevo partire.

Finalmente arriva il mio treno, ed io lascio andare Nicola alla sua metro, alla sua Bocconi, alla sua vita intensa per lanciarmi nella mia. Aspetta però. C'è ancora tutta la notte, in uno scompartimento grande come il mio bagno, con altre cinque persone! Nell'ordine: una signora di mezza età, molto parigina, assai schifata dalla Trenitalia (come darle torto); due giovani giapponesi in tour per l'Europa, se non avessero parlato tutta la notte li avrei amati assai di più; una donna africana, bella ma molto puzzolente e dalla grandissima valigia (la mia è ingombrante, non dico di no, ma la sua! Altro che pentolini per il cappuccino deve averci messo!); una bella ragazza francese, sola, che tornava da una vacanza nel Nord Italia. Bella davvero.

Che inizio. Io, il treno, il nuovo numero di Rat-Man (sia lodato Leo Ortolani nunc et semper, in omnia saecula saeculorum).

Buonanotte, Italia.

May 27

"Si prendono strade e si va"

A volte vorremmo avere la sfera di cristallo. Tutti a volte.
Io ne ho una sapete, solo che non è quella piccola in cui si vede il futuro. No è una grande, e io ci sono dentro. E' infrangibile perché in realtà è diamante, e io ci sono dentro e guardo fuori senza poter uscire. Vedo nitidamente, perché è pulita come uno specchio d'acqua montano e piatto come il mare al tramonto, quando non c'è vento. Solo che non posso uscire. E quel che è peggio, gli altri non possono entrare.
E sapete cosa? Qualcuno, sono certo, la tiene sulle ginocchia, mi tiene sulle ginocchia, o su un tavolino con la tovaglia di pizzo, e ci legge dentro il futuro. E dentro vede me. Un futuro, il mio futuro si muove dentro la mia sfera di diamante: curioso che io sia l'unico che non può vederlo.

C'è vento ancora una volta nella mia foresta, e ancora una volta soffia freddo sul mio cuore in inverno.

Se qualcuno legge qualcosa, se qualcuno è fuori e vede, per favore, fatemi segno.

Ve ne sarò grato.


March 11

Quando i pezzi non coincidono...

Il giorno che avrò finito questo puzzle che è la mia vita, quel giorno sarò morto.
 
Ma per quanto io riconosca tutta la straordinaria bellezza di comporre ogni giorno un pezzetto di un'immagine che non posso cogliere, proprio perché non c'è fino all'ultimo giorno, perché sono anche io che la disegno, mentre incastro ogni tassello al suo posto,con pazienza, ogni minuto ogni secondo della mia esistenza; per quanto lo riconosca e lo sappia, be', è frustrante al massimo quando proprio non riesci ad attaccare niente di nuovo.
Costruisci parti di figure isolate, che non hanno senso alcuno, non hanno nulla in comune col resto. E le metti da parte, chissà dove vanno. Oppure forse hai sbagliato a montarle? forse non trovi il pezzo che cerchi perché lo hai già messo da un'altra parte, ma quello non è il suo posto. Pezzo malandrino. Ma qual è quello da spostare? Sono tutti maledettamente uguali!
 
E metti in crisi anche le cose belle che hai costruito in passato, solo perché non vedi un futuro, solo perché non hai un presente.
 
Un pezzo del puzzle.
 
 
May 04

"Siamo gli attori ingenui sulla scena di un palcoscenico misterioso e immenso"

Camminava al limitare della foresta, volgendo lo sguardo nel profondo degli alberi. Ne cercava l'essenza, la natura: era risolutamente intenzionato a comprenderla prima di entrarvi.
L'alba illuminava di sbieco le conifere fitte e brune, e notò alcuni bucaneve nel prato, pronti a ricevere il sole che sapevano ormai imminente.
Si fermò di fronte ad un grande abete e rimase a fissarlo: sapeva che era tempo di inoltrarsi nel bosco. Non aveva che quel giorno e bisognava sfruttarlo bene. Si volse un'ultima volta a guardare il profilo nero delle montagne all'orizzonte, nitido nel cielo mattutino, e la fredda distesa davanti a sé.
Poi si sistemò lo zaino sulle spalle e si incamminò nel folto degli alberi. Già dopo pochi passi sentì che l'aria si faceva profumata e pungente, in maniera decisamente piacevole: risvegliava i suoi sensi. Camminava su un tappeto di vecchi aghi di pino coperti di brina della notte, facendoli scricchiolare, e godeva del silenzio e della penombra. Non era affatto sicuro di dove lo conducesse la traccia che stava percorrendo, ma aveva fiducia che presto o tardi avrebbe trovato quel che stava cercando. Col passare del tempo il bosco si riempiva di vita: uccelli, insetti e animali (uditi o solo intuiti nel sottobosco, più che incontrati) si svegliavano col giorno.
Tante domande gli turbinavano fra i pensieri.
Si fece largo in un cespuglio di ginepro, pungendosi le dita, e si trovò presso un corso d'acqua limpido e gorgogliante. Né ruscello né torrente, rallegrava con la sua canzone quella striscia di bosco. Oltre la foresta continuava, ma si intuiva che gli alberi si facevano un po' più radi; qualcuno aveva costruito un guado di pietre piatte poco lontano da dove si trovava. Il sentiero proseguiva dall'altro lato verso quella che aveva tutta l'aria di essere una radura. Pieno di nuova sicurezza, lo seguì. La radura era più o meno esagonale e non molto grande; sul lato occidentale c'era una collinetta. Sulla cima, una tenda. Intorno, silenzio. I resti del fuoco della sera precedente erano ben visibili ai piedi del piccolo rialzo. Diede uno sguardo alla scena, sorrise, e dopo aver appoggiato il suo zaino contro un albero, ci si sedette sopra. Aspettava col gusto di chi sa godere l'attesa, rivolto verso la tenda blu e verde, senza tuttavia guardarla davvero. Se guardava qualcosa, certamente non era nulla di interno al suo campo visivo.

Dopo poco (quanto non avrebbe saputo dirlo), la cerniera fu abbassata e qualcuno uscì dalla tenda stiracchiandosi e guardandosi in giro con occhi ancora carichi di sonno. Non lo vide subito. Portava una T-shirt piuttosto lisa e un paio di jeans scoloriti: faceva venire freddo solo a guardarlo, ma dal canto suo sembrava non preoccuparsene affatto. Sebbene non fosse cambiato per niente, in qualche modo gli parve diverso.
“Cosa ci fai qua?” chiese con voce incerta quando l'ebbe visto dall'altra parte del prato, accovacciato sullo zaino.
“Ti aspettavo” rispose l'altro mentre si alzava e cominciava a frugare nelle profondità sferraglianti dello zaino. “Accendi il fuoco che si fa colazione!”
Tra il baldanzoso e il perplesso, l'altro afferrò l'acciarino e si diede da fare intorno ai resti di legna semi carbonizzata della sera prima. Quando fu riuscito a suscitare una fiammella, la alimentò con delle foglie secche e qualche ramoscello, poi sollevò la testa giusto in tempo per vedere l'altro tornare dal ruscello con in mano una caffettiera, che stava stringendo. Presto l'odore del caffè riempì la radura, strano ed effimero profumo, una novità per gli alberi che li circondavano. Lo bevvero piano.
“Bello qui...C'è silenzio. Come ti trovi?”
“Non c'è male, non male davvero”, rispose, guardandosi le mani “Ho tutto quel che posso desiderare acqua in abbondanza e luce quanto basta, qualche fungo e tra poco cespugli interi di lamponi! Poi le trote del fiume, qualcuna quando ho fortuna. Gli uccelli mi tengono compagnia e i daini non hanno quasi più paura di me: si sono fatti ardimentosi! Senza contare che ho a disposizione un bel prato morbido su cui coricarmi: le rocce sono pochissime, ci hai fatto caso? La migliore moquette che potessi sognare! Non posso proprio lamentarmi”.
“Trote? Non dirmi che hai imparato a pescare!”
“Sì, con la lenza. Se hai voglia stamattina ti faccio vedere: c'è un buon posto poco più avanti lungo il torrente”.
“E a pranzo, trota alla brace! Ho già l'acquolina in bocca!”
“Vedremo...non dire gatto finché non ce l'hai nel sacco!” rispose l'altro poco fiducioso.
“Non dire pesce finché di prenderlo non ti riesce! Oppure...non dire trota finché sul tuo spiedo non ruota!” chiosò sornione l'amico.
Risero di gusto finendo quanto restava del caffè.
“Forza allora! Diamoci una mossa, che se no altro che spiedo!” disse da dentro la tenda, dove aveva ricacciato la testa. Ne riemerse con due rocchetti di nylon da pesca, un barattolo pieno di quella che sembrava insalata vecchia e qualche amo in mano. “Questo portalo tu per piacere” disse allungando il barattolo all'altro, che glielo prese dalle mani: era perplesso ed incuriosito. Dopo averlo scrutato per bene, chiese ghignando: “Interessante. Studi la decomposizione dei vegetali adesso?”
“Ma no! Ci tengo i lombrichi! Ho provato a tenerli in un barattolo di terra, ma poi faccio fatica a trovarli! E in un barattolo vuoto, mi sembrava di tenerli in prigione...Così ho risolto con le foglie! Diciamo che ho messo un po' d'arredamento...”
“Ah. Capisco. In sostanza è come se avessi messo il parquet per terra lungo il miglio verde, e incollato una carta da parati luminosa ai muri! Tanto il loro destino è segnato!” Che buffo, pensava.
“Lo so, ma mi fa sentire molto meglio”.
“Mah!”
Frattanto si erano incamminati nel bosco lungo il fiume, e dopo non molto giunsero in un punto dove il fondale si abbassava formando una pozza profonda. Si sedettero su una gran pietra sul bordo dell'acqua e prepararono le lenze, legandole agli ami. I lombrichi dal canto loro non dimostrarono emozione alcuna: nessuna nostalgia del barattolo mentre venivano estratti dal loro loft di foglie putride. Al contrario, affrontarono l'amo con grande dignità. Trafitti per riempire le pance di trote e uomini, andavano incontro al loro destino consapevoli dell'utilità sociale del loro gesto. O almeno, così si sarebbe detto. Forse non erano solo vermi insensibili. Vai un po' a sapere cosa passa per la testa di un verme nel momento estremo del sacrificio.
Fu una mattinata di lezioni di pesca e risate. Era tempo che non stavano così piacevolmente insieme. La pesca non fu certo abbondante (solo una piccola trota a testa), ma sufficiente a galvanizzare i loro animi. Non capita a tutti di prendere un pesce al primo tentativo. Fortuna del principiante?

Non esiste pasto, per quanto frugale sia, più gustoso di quello che ci si è procacciati con le proprie mani: quei pesci avevano il sapore della soddisfazione. Dopo pranzo si stesero al sole sul fianco della collinetta; le nuvole correvano nel cielo incorniciato dagli alberi. Per un poco, nessuno disse nulla. Uno masticava assorto un filo d'erba, l'altro giocava ad intagliare col coltellino svizzero un pezzetto di legno che aveva raccolto da terra.
“E dimmi, come vanno le cose a casa?”
“Come vuoi che vadano, sempre uguali. Sempre noiose in maniera affascinante. Spuntano le foglie sugli alberi, i nostri genitori invecchiano, la destra vince le elezioni e lo fa in maniera preoccupante, io aspetto le rondini con impazienza”.
“Davvero?...E perché le rondini scusa?”
“Perché prima arrivano prima se ne andranno: non vedo l'ora di finire e di potermene andare un po' anche io. Rimandare, quello mi snerva. Come se non fosse già abbastanza difficile prendere la decisione di partire!”
“Mi domando se sia peggio decidere di partire, o decidere di ritornare...”
“Credo che siano due cose simili, dipende da che genere di persona sei. In ogni caso, come al solito, la difficoltà sta nel guardarsi allo specchio e assumersi la responsabilità di mettersi alla prova”.“Nell'uscire dalla situazione comoda”.
“Qualcuno ci diceva sempre che si cresce solo risolvendo problemi...forse non intendeva questi problemi, ma mai come oggi le do ragione. E mi sento già un po' cresciuto.”
“E quanti problemi hai risolto?”
“Risolto? Nessuno temo! Ma almeno, ho smesso di pensare di non poterci provare!”. Sorrise, più con gli occhi che con la bocca.
Pochissime parole finirono al vento, quel pomeriggio. Molte le cose da dire, grande il piacere d'ascoltare.

Verso le cinque, caricatosi lo zaino sulle spalle ancora una volta, si incamminarono insieme verso il limitare della foresta. “Mi piace molto come ti sei sistemato”, gli disse dopo un po', “non avrei potuto chiedere di meglio per te”.
“Tra pochi giorni il lago sarà completamente scongelato. Allora forse si potrà attraversare in barca” disse l'altro con voce pensierosa. Per un attimo un'ombra sembrò attraversare i suoi occhi. Ma fu meno di un battito di ciglia. Si fermarono sul bordo del bosco a guardare la distesa d'acqua ghiacciata, illuminata dal sole che cominciava ad abbassarsi sull'orizzonte. Era un bello spettacolo. Il sentiero correva lungo la sponda orientale, fiancheggiata dai giunchi.
Si abbracciarono. “In tal caso, ti aspetterò dall'altra parte, amico mio!” disse levando lo sguardo. Poi si volse e si incamminò di nuovo, questa volta con il sole negli occhi.