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    January 19

    Io era tra color che son sospesi...

     
    Un giorno di tanti anni fa (non saprei dire di preciso quanti, ma ero abbastanza piccolo), mio padre mi regalò una bicicletta. Era il mio compleanno, credo.

    Fu un atto temerario da parte di papà, data la mia scarsa "agilità" in qualsivoglia attività sportiva. Aveva impiegato veramente tanto ad insegnarmi, ed io ero il peggiore degli allievi, perché davvero non avevo nessuna intenzione di imparare; tuttavia lui ne aveva fatto un punto d'onore: ricordo con orrore i pomeriggi passati a cercare di stare in piedi su quel trabbiccolo pericolosamente instabile. Ma imparai: non lo ringarzierò mai abbastanza per aver perseverato.

    Quella bicicletta venne qualche anno dopo, e mi ricordo che la trovai bellissima. Onestamente il colore non era il mio preferito, ma era mia, e questo faceva la differenza. Era il riconoscimento del fatto che avevo imparato. Ero capace da solo, con le mie gambe. Gialla e bianca com'era, i miei genitori le avevano messo una grossa coccarda rossa intorno alla canna, che io non mi sarei mai deciso a togliere.
    Venne l'estate e noi (che a quel tempo avevamo una routine estiva fantastica che prevedeva montagna a luglio, campagna ad agosto e mare a settembre) ce ne andammo a Champoluc in vacanza. Il nome della frazione era Champlan, e la casa stava dopo una lunga discesa asfaltata che in fondo piegava a gomito verso destra, entrando nell'abitato. Ricordo che mi divertivo ad arrampicarmi fino in cima a questa discesa con la mia bici nuova fiammante e poi a lanciarmi giù a rotta di collo, inseguendo l'ebrezza della velocità (mi piacerebbe tornare a vedere quella strada, chissà com'è in realtà: a me allora sembrava ripidissima!); in fondo facevo la curva e sfruttavo l'abbrivio per non dover pedalare nel pezzo in piano fino a casa. Cento volte l'avrò fatto in due settimane. La centounesima volta, quella curva, non la feci. Dritto contro il muro: un gran bel colpo.
    Me la cavai benissimo in realtà, straordinariamente illeso a parte un taglio sul ginocchio; per quanto riguarda la bicicletta, be', è stata la prima e ultima ruota quadrata che io abbia mai visto. Non la usai più quell'estate, e dopo un po' di tempo, mio padre la fece riparare. Vennero altre estati, vennero altre biciclette. Quella in particolare è ancora in campagna da me, così piccola, con la sua consumata coccarda rossa. Prende polvere nella stalla della Galotta, ma non nei miei ricordi. Vorrei aver conservato anche la ruota.
    Passano gli anni, resto lo stesso.

    Mi sono regalato un Erasmus. Ho deciso in piena coscienza, che sapevo stare sulle mie gambe. Che ero in grado, non solo, che avevo bisogno di andare.
    Di fare da me.
    Di guardare la mia vita da una diversa prospettiva.
    Di allontanarmi per migliorare.
    Di vedere le pecche che qui non riuscivo a mettere a fuoco.
    Di sanarle, forse.

    L'ho perseguito e l'ho perseguitato, perché proprio non voleva saperne di essere come lo volevo. Ho insistito e lo ho avuto: onestamente il colore non era il mio preferito, ma era mio, e questo faceva la differenza. Significava qualcosa, un viaggio dentro me stesso oltre che uno oltre le Alpi. Aveva la coccarda rossa.
    Ed ero veramente pronto sapete, mi ero preparato bene: ricordo con soddisfazione le ore passate a equipaggiarmi, a lucidare gli schinieri e a rammendare la cotta, a sellare il cavallo. Tuttora non credo che sia tempo perso.
    Ma anche questa volta, la mia corsa è stata interrotta quando ormai non potevo più fermarmi: già godevo il vento sulla pelle. Mi sentivo veloce, sulla bicicletta dei miei progetti.
    Mi è venuto addosso un muro. O forse è più giusto dire che io sono andato addosso a lui. Oggi non sono in grado di dirlo.
    Tra un po' di anni, forse, anche questa discesa non mi sembrerà più così ripida.
    E anche questa volta me la sono cavata benissimo in realtà, straordinariamente illeso a parte questo senso di amara impotenza che è una delle peggiori sensazioni che abbia mai provato. Però, ancora una volta, c'è una ruota quadrata: quella delle mie certezze, quella dei miei progetti. Sebbene sappia che verranno altre estati, e verranno altre biciclette.


    Dante Alighieri, Commedia, Inferno, Canto II, v. 52-54.