Francesco's profileLa Foresta di MezzoBlogListsNetwork Tools Help

Blog


    October 28

    Si prendono strade ferrate e si va

    Devo smetterla di ripetermi che sono a Parigi.

    Il fatto è che continuo a dimenticarmelo, proprio come se non fosse vero, proprio come se le strade per cui da cinque giorni cammino fossero un quartiere finora sconosciuto della mia Genova. Come se piazza De Ferrari fosse ad un tiro di metropolitana da Boulevard du Montparnasse, e bastasse guardare fuori dalla finestra per vedere il Bigo. Come al solito.

    Invece alzo gli occhi e vedo la Tour Eiffel, illuminata e luccicante, fuori del mio abbaino.

    No. C'è qualcosa che non va, Francesco. Sei a Parigi. Sei a Parigi.

    Ma ogni volta è solo un attimo di consapevolezza, che subito scivola nel turbine di cose da fare, di documenti da presentare per l'università, per il conto in banca, per l'abbonamento della metropolitana. Scivola via per essere confusa, offuscata ed infine abilmente rimossa e stoccata in chissà quale anfratto della mia mente. Un gran bello scherzo davvero.


    30 Agosto 2009


    C'è un grande via vai per le scale di casa A, che vanamente sto tentando, se Dio vuole per l'ultima volta quest'anno, di far pulire alla mia squadra di ragazzi. Tutti che portano su e giù le valigie, liberano i letti e le stanze di Monteleco e si preparano a tornare a casa. Cosa significhi poi casa per questi ragazzi di cui ci occupiamo per quattro settimane lungo tutto agosto, è da vedere. Casa. Si torna a casa, e anch'io ritorno alla mia, per niente felice e piuttosto spaventato. Sono giorni ormai che, complice la stanchezza, sono sempre sull'orlo delle lacrime. Spazzo il pavimento, e piango. Piango perché mi aspettano due settimane a casa, le ultime due per me, che sto per partire per la Francia, e le ultime due con me delle persone a cui voglio bene, e che mi accingo a lasciare qui. Piango perché ho paura. Piango perché mi dispiace. Piango perché mi sento in colpa. Ma soprattutto piango perché ho scelto, e per me scegliere è la cosa più difficile al mondo. Che si parli di strade, idee, ragazze, amici, io detesto e temo sopra ogni cosa dovermi definire in una posizione, e mantenerla. Quanto più facile, e meno pericoloso per i sentimenti di tutti, è restare nel seno della possibilità. Finché il mondo è fatto di opzioni nessuno può farsi male, ma solo immaginare di essere felice. E se fantasticare sulla felicità non è felicità vera, almeno niente e nessuno potrà ferirci. È un buon compromesso. Ci si può abitare dentro, come in una personale sfera di diamante -trasparente, perfetta, infrangibile- e dal suo interno guardare l'universo, sicuri che niente ci possa colpire. Ma separati dalla realtà.

    Io non ci credevo, che non si potesse vivere così. Per anni sono stato fermamente convinto -e una parte di me lo è ancora, e lo sarà sempre- che dentro quel comodo e cristallino guscio di possibilità io avessi trovato la condizione ideale. Poi, lentamente, ho dovuto rendermi conto che la mia convinzione altro non era che un'appetitosa menzogna che mi servivo da solo, tutti i giorni, per consolarmi e dimenticare le mie debolezze. E mi sono costretto a guardare la verità, cioè che nessuna realtà è fatta di opzioni, di possibilità. No, la realtà in cui viviamo è fatta di strade a scorrimento veloce e d'incroci; quando scatta il verde del semaforo, allora bisogna scegliere una direzione e partire. Altrimenti la gente dietro si mette a suonare. O peggio, si rischia d'essere investiti. Le possibilità sono che la vita ci mette davanti sono meravigliose a vedersi, ma effimere come la rugiada del mattino, che scompare col primo sole. Dilatarle all'infinito significa vivere fuori del mondo, in un presente che non è presente, ma un'offuscata fantasia di un futuro che non si realizzerà mai. E quel che è peggio: non si realizzerà mai perché noi non permettiamo che lo faccia!

    Tanto più che prima o poi il presente arriva da solo, e quando ti investe con tutta la sua devastante realtà, allora delle scelte sei costretto a farle. Con tanti saluti alla tua tanto amata libertà, che pretendevi di proteggere procrastinando all'infinito il momento della scelta.

    E allora, che fare? Rientrare -con enorme fatica- nel mondo dei vivi, e scegliere.

    Chi vuoi essere?

    Spazzo il pavimento e piango, perché crescere mi costa tante lacrime. Fuori cominciano ad arrivare i primi genitori, che vagano nel cortile pieno di foglie (è una sciagura, questa ruggine degli ippocastani. A metà agosto sembra già pieno autunno) davanti alla chiesa dove tra poco Fully dirà l'ultima messa della stagione. Volano le foglie. Ho addosso una maglietta verde prato con scritto sopra -in inglese maccheronico- “the people is the power”: certamente è così. Certamente, se Fullyno e questo posto mi hanno insegnato qualcosa, è che il carburante per vivere sono le altre persone. Vado in chiesa e prego, perché le persone che ho così paura di lasciare qua possano essere energia per intraprendere il cammino che mi sono scelto. Trampolino di lancio per chi parte, e materasso per l'atterraggio di chi torna. Ciò che mi sono sforzato d'essere per gli altri, ma che davvero non ho la forza di credere che gli altri possano essere per me.


    8 Settembre 2009


    Bergeggi: “l'ultima giornata al mare tutti insieme”. Che meraviglia ragazzi, che bello...

    Non mi ricordavo che in Liguria esistessero spiagge di tale bellezza, ma negli ultimi giorni ho dovuto ricredermi. Il golfo del Tigullio nel weekend e poi questo piccolo paradiso a un tiro di schioppo da casa. Non ti accorgi mai di quanto sia bella casa tua finché non stai per andartene, temo. I fregi dei palazzi, nel centro storico, non hanno mai colpito la mia retina con tale violenza come in questi giorni, né mi hanno mai impressionato tanto i gabbiani che volano vorticando di notte, sul Bigo, come falene attratte irresistibilmente dalla luce d'un lampadario (solo che nel caso del Bigo è tutto sottosopra). Tutto quel che guardo è prezioso. E tutto ciò che faccio, è “per l'ultima volta”. Anche se non sono io a pensarlo, c'è sempre qualcuno che me lo ricorda, che me lo dice, che lo sottolinea con un tratto di matita rossa. Ma andate tutti a farvi una lunga passeggiata sul molo corto, come diceva Guybrush Threepwood. Cosa vuol dire ultima volta? E perché dovrebbe esserlo?

    Mi sento preso tra l'incudine ed il martello: tutti vogliono vedermi un'ultima volta, tutti famiglia compresa fanno a brani il mio tempo cercando di accaparrarsene un pezzo ancora. Io in realtà, vorrei solo stare a guardare i gabbiani ed le chiavi di volta degli archi murati davanti a San Siro. Ma li adoro perché insistono, perché come di mio solito, io ho paura di voler bene troppo, e quindi tendo a svicolare. Che bastardo. Vi chiedo scusa, a tutti, se sono sfuggente. Ancora una volta, è per non piangere. Mi paro dietro il mio guscio, facendo finta che niente stia cambiando, cercando di non soffrire. Grazie per avermi costretto (ma Ste, ti prego, la prossima volta che vuoi farmi ubriacare, non sfidarmi a Trivial Pursuit!). Detto questo, NON è affatto l'ultima volta. E, se voi non mollate me, tranquilli, io non mollo voi neanche morto.


    15 Settembre 2009, Martedì. Ore 17:45.


    Il tempo passa, gli amici partono, io anche, infine. È impressionante il numero di persone che se ne va quest'anno, ed è consolante sapere che se io rimanessi a casa, mi sentirei solo tanto quanto so che mi sentirò a Parigi, la grande città. Con qualche rilevantissima eccezione, i miei migliori amici se ne vanno da Genova, preda anche loro di questa mania di andarsene che colpisce la nostra generazione, mania che ormai ho imparato a riconoscere, e che ha molto a che fare col panico (mi si può credere, io sono nel numero di chi se ne va, un contagiato d'annata da questo morbo epidemico. Denominazione d'origine controllata). In fondo, mi mancherebbero allo stesso modo, sia restando a casa, che andando via.

    Si parte.

    Il treno per Milano lo conosco, è lercio come al solito. E quel che è peggio, sono lerci i finestrini, tanto da rendere opaca e lontana l'immagine dei miei fratelli e della mia ragazza sulla banchina, a salutare. Mia mamma non è voluta venire sul binario, e mio padre è rimasto con lei. Salutano attraverso lo sporco del vetro. Sono solo a due metri di distanza, ma sono già irraggiungibili. Mi sforzo di sorridere, ma riesco a produrre solo una smorfia di quelle che se mi potessi guardare allo specchio, mi verrebbero le convulsioni da tanto ridere. Spegnete la luce, vi prego, e svegliatemi domani mattina.

    Ma no.

    Il cambio è a Milano, e il mio secondo treno, quello per la Ville Lumière, parte alle 23:35. Non ci sarà sonno per me, almeno per un po'. Fortuna che, alla stazione centrale, ad aspettarmi c'è Nicola. Meraviglioso Nicola. Non so se mi riesce di dirgli quanto importante sia per me avere la possibilità di poter passare quelle ore di limbo con un amico vero. Non so se si rende conto che se lui non fosse lì a tenermi compagnia, semplicemente a chiacchierare, io girerei sui tacchi e tornerei a casa. In fondo lui ha l'anima del routard, e del mio viaggio vede solo la faccia lucida. Io invece oggi vedo solo quella opaca, com'era logico aspettarsi da me.

    A Milano fa un gran freddo, accidenti: io ho ai piedi i sandali, irrinunciabili Birkenstock, uniche vere calzature adatte ai miei piedi, laddove tutte le altre scarpe sono prigioni. Maledetto l'inventore delle scarpe. E maledetto questo freddo. Io senza sandali, proprio non potevo partire.

    Finalmente arriva il mio treno, ed io lascio andare Nicola alla sua metro, alla sua Bocconi, alla sua vita intensa per lanciarmi nella mia. Aspetta però. C'è ancora tutta la notte, in uno scompartimento grande come il mio bagno, con altre cinque persone! Nell'ordine: una signora di mezza età, molto parigina, assai schifata dalla Trenitalia (come darle torto); due giovani giapponesi in tour per l'Europa, se non avessero parlato tutta la notte li avrei amati assai di più; una donna africana, bella ma molto puzzolente e dalla grandissima valigia (la mia è ingombrante, non dico di no, ma la sua! Altro che pentolini per il cappuccino deve averci messo!); una bella ragazza francese, sola, che tornava da una vacanza nel Nord Italia. Bella davvero.

    Che inizio. Io, il treno, il nuovo numero di Rat-Man (sia lodato Leo Ortolani nunc et semper, in omnia saecula saeculorum).

    Buonanotte, Italia.

    May 27

    "Si prendono strade e si va"

    A volte vorremmo avere la sfera di cristallo. Tutti a volte.
    Io ne ho una sapete, solo che non è quella piccola in cui si vede il futuro. No è una grande, e io ci sono dentro. E' infrangibile perché in realtà è diamante, e io ci sono dentro e guardo fuori senza poter uscire. Vedo nitidamente, perché è pulita come uno specchio d'acqua montano e piatto come il mare al tramonto, quando non c'è vento. Solo che non posso uscire. E quel che è peggio, gli altri non possono entrare.
    E sapete cosa? Qualcuno, sono certo, la tiene sulle ginocchia, mi tiene sulle ginocchia, o su un tavolino con la tovaglia di pizzo, e ci legge dentro il futuro. E dentro vede me. Un futuro, il mio futuro si muove dentro la mia sfera di diamante: curioso che io sia l'unico che non può vederlo.

    C'è vento ancora una volta nella mia foresta, e ancora una volta soffia freddo sul mio cuore in inverno.

    Se qualcuno legge qualcosa, se qualcuno è fuori e vede, per favore, fatemi segno.

    Ve ne sarò grato.


    March 11

    Quando i pezzi non coincidono...

    Il giorno che avrò finito questo puzzle che è la mia vita, quel giorno sarò morto.
     
    Ma per quanto io riconosca tutta la straordinaria bellezza di comporre ogni giorno un pezzetto di un'immagine che non posso cogliere, proprio perché non c'è fino all'ultimo giorno, perché sono anche io che la disegno, mentre incastro ogni tassello al suo posto,con pazienza, ogni minuto ogni secondo della mia esistenza; per quanto lo riconosca e lo sappia, be', è frustrante al massimo quando proprio non riesci ad attaccare niente di nuovo.
    Costruisci parti di figure isolate, che non hanno senso alcuno, non hanno nulla in comune col resto. E le metti da parte, chissà dove vanno. Oppure forse hai sbagliato a montarle? forse non trovi il pezzo che cerchi perché lo hai già messo da un'altra parte, ma quello non è il suo posto. Pezzo malandrino. Ma qual è quello da spostare? Sono tutti maledettamente uguali!
     
    E metti in crisi anche le cose belle che hai costruito in passato, solo perché non vedi un futuro, solo perché non hai un presente.
     
    Un pezzo del puzzle.
     
     
    May 04

    "Siamo gli attori ingenui sulla scena di un palcoscenico misterioso e immenso"

    Camminava al limitare della foresta, volgendo lo sguardo nel profondo degli alberi. Ne cercava l'essenza, la natura: era risolutamente intenzionato a comprenderla prima di entrarvi.
    L'alba illuminava di sbieco le conifere fitte e brune, e notò alcuni bucaneve nel prato, pronti a ricevere il sole che sapevano ormai imminente.
    Si fermò di fronte ad un grande abete e rimase a fissarlo: sapeva che era tempo di inoltrarsi nel bosco. Non aveva che quel giorno e bisognava sfruttarlo bene. Si volse un'ultima volta a guardare il profilo nero delle montagne all'orizzonte, nitido nel cielo mattutino, e la fredda distesa davanti a sé.
    Poi si sistemò lo zaino sulle spalle e si incamminò nel folto degli alberi. Già dopo pochi passi sentì che l'aria si faceva profumata e pungente, in maniera decisamente piacevole: risvegliava i suoi sensi. Camminava su un tappeto di vecchi aghi di pino coperti di brina della notte, facendoli scricchiolare, e godeva del silenzio e della penombra. Non era affatto sicuro di dove lo conducesse la traccia che stava percorrendo, ma aveva fiducia che presto o tardi avrebbe trovato quel che stava cercando. Col passare del tempo il bosco si riempiva di vita: uccelli, insetti e animali (uditi o solo intuiti nel sottobosco, più che incontrati) si svegliavano col giorno.
    Tante domande gli turbinavano fra i pensieri.
    Si fece largo in un cespuglio di ginepro, pungendosi le dita, e si trovò presso un corso d'acqua limpido e gorgogliante. Né ruscello né torrente, rallegrava con la sua canzone quella striscia di bosco. Oltre la foresta continuava, ma si intuiva che gli alberi si facevano un po' più radi; qualcuno aveva costruito un guado di pietre piatte poco lontano da dove si trovava. Il sentiero proseguiva dall'altro lato verso quella che aveva tutta l'aria di essere una radura. Pieno di nuova sicurezza, lo seguì. La radura era più o meno esagonale e non molto grande; sul lato occidentale c'era una collinetta. Sulla cima, una tenda. Intorno, silenzio. I resti del fuoco della sera precedente erano ben visibili ai piedi del piccolo rialzo. Diede uno sguardo alla scena, sorrise, e dopo aver appoggiato il suo zaino contro un albero, ci si sedette sopra. Aspettava col gusto di chi sa godere l'attesa, rivolto verso la tenda blu e verde, senza tuttavia guardarla davvero. Se guardava qualcosa, certamente non era nulla di interno al suo campo visivo.

    Dopo poco (quanto non avrebbe saputo dirlo), la cerniera fu abbassata e qualcuno uscì dalla tenda stiracchiandosi e guardandosi in giro con occhi ancora carichi di sonno. Non lo vide subito. Portava una T-shirt piuttosto lisa e un paio di jeans scoloriti: faceva venire freddo solo a guardarlo, ma dal canto suo sembrava non preoccuparsene affatto. Sebbene non fosse cambiato per niente, in qualche modo gli parve diverso.
    “Cosa ci fai qua?” chiese con voce incerta quando l'ebbe visto dall'altra parte del prato, accovacciato sullo zaino.
    “Ti aspettavo” rispose l'altro mentre si alzava e cominciava a frugare nelle profondità sferraglianti dello zaino. “Accendi il fuoco che si fa colazione!”
    Tra il baldanzoso e il perplesso, l'altro afferrò l'acciarino e si diede da fare intorno ai resti di legna semi carbonizzata della sera prima. Quando fu riuscito a suscitare una fiammella, la alimentò con delle foglie secche e qualche ramoscello, poi sollevò la testa giusto in tempo per vedere l'altro tornare dal ruscello con in mano una caffettiera, che stava stringendo. Presto l'odore del caffè riempì la radura, strano ed effimero profumo, una novità per gli alberi che li circondavano. Lo bevvero piano.
    “Bello qui...C'è silenzio. Come ti trovi?”
    “Non c'è male, non male davvero”, rispose, guardandosi le mani “Ho tutto quel che posso desiderare acqua in abbondanza e luce quanto basta, qualche fungo e tra poco cespugli interi di lamponi! Poi le trote del fiume, qualcuna quando ho fortuna. Gli uccelli mi tengono compagnia e i daini non hanno quasi più paura di me: si sono fatti ardimentosi! Senza contare che ho a disposizione un bel prato morbido su cui coricarmi: le rocce sono pochissime, ci hai fatto caso? La migliore moquette che potessi sognare! Non posso proprio lamentarmi”.
    “Trote? Non dirmi che hai imparato a pescare!”
    “Sì, con la lenza. Se hai voglia stamattina ti faccio vedere: c'è un buon posto poco più avanti lungo il torrente”.
    “E a pranzo, trota alla brace! Ho già l'acquolina in bocca!”
    “Vedremo...non dire gatto finché non ce l'hai nel sacco!” rispose l'altro poco fiducioso.
    “Non dire pesce finché di prenderlo non ti riesce! Oppure...non dire trota finché sul tuo spiedo non ruota!” chiosò sornione l'amico.
    Risero di gusto finendo quanto restava del caffè.
    “Forza allora! Diamoci una mossa, che se no altro che spiedo!” disse da dentro la tenda, dove aveva ricacciato la testa. Ne riemerse con due rocchetti di nylon da pesca, un barattolo pieno di quella che sembrava insalata vecchia e qualche amo in mano. “Questo portalo tu per piacere” disse allungando il barattolo all'altro, che glielo prese dalle mani: era perplesso ed incuriosito. Dopo averlo scrutato per bene, chiese ghignando: “Interessante. Studi la decomposizione dei vegetali adesso?”
    “Ma no! Ci tengo i lombrichi! Ho provato a tenerli in un barattolo di terra, ma poi faccio fatica a trovarli! E in un barattolo vuoto, mi sembrava di tenerli in prigione...Così ho risolto con le foglie! Diciamo che ho messo un po' d'arredamento...”
    “Ah. Capisco. In sostanza è come se avessi messo il parquet per terra lungo il miglio verde, e incollato una carta da parati luminosa ai muri! Tanto il loro destino è segnato!” Che buffo, pensava.
    “Lo so, ma mi fa sentire molto meglio”.
    “Mah!”
    Frattanto si erano incamminati nel bosco lungo il fiume, e dopo non molto giunsero in un punto dove il fondale si abbassava formando una pozza profonda. Si sedettero su una gran pietra sul bordo dell'acqua e prepararono le lenze, legandole agli ami. I lombrichi dal canto loro non dimostrarono emozione alcuna: nessuna nostalgia del barattolo mentre venivano estratti dal loro loft di foglie putride. Al contrario, affrontarono l'amo con grande dignità. Trafitti per riempire le pance di trote e uomini, andavano incontro al loro destino consapevoli dell'utilità sociale del loro gesto. O almeno, così si sarebbe detto. Forse non erano solo vermi insensibili. Vai un po' a sapere cosa passa per la testa di un verme nel momento estremo del sacrificio.
    Fu una mattinata di lezioni di pesca e risate. Era tempo che non stavano così piacevolmente insieme. La pesca non fu certo abbondante (solo una piccola trota a testa), ma sufficiente a galvanizzare i loro animi. Non capita a tutti di prendere un pesce al primo tentativo. Fortuna del principiante?

    Non esiste pasto, per quanto frugale sia, più gustoso di quello che ci si è procacciati con le proprie mani: quei pesci avevano il sapore della soddisfazione. Dopo pranzo si stesero al sole sul fianco della collinetta; le nuvole correvano nel cielo incorniciato dagli alberi. Per un poco, nessuno disse nulla. Uno masticava assorto un filo d'erba, l'altro giocava ad intagliare col coltellino svizzero un pezzetto di legno che aveva raccolto da terra.
    “E dimmi, come vanno le cose a casa?”
    “Come vuoi che vadano, sempre uguali. Sempre noiose in maniera affascinante. Spuntano le foglie sugli alberi, i nostri genitori invecchiano, la destra vince le elezioni e lo fa in maniera preoccupante, io aspetto le rondini con impazienza”.
    “Davvero?...E perché le rondini scusa?”
    “Perché prima arrivano prima se ne andranno: non vedo l'ora di finire e di potermene andare un po' anche io. Rimandare, quello mi snerva. Come se non fosse già abbastanza difficile prendere la decisione di partire!”
    “Mi domando se sia peggio decidere di partire, o decidere di ritornare...”
    “Credo che siano due cose simili, dipende da che genere di persona sei. In ogni caso, come al solito, la difficoltà sta nel guardarsi allo specchio e assumersi la responsabilità di mettersi alla prova”.“Nell'uscire dalla situazione comoda”.
    “Qualcuno ci diceva sempre che si cresce solo risolvendo problemi...forse non intendeva questi problemi, ma mai come oggi le do ragione. E mi sento già un po' cresciuto.”
    “E quanti problemi hai risolto?”
    “Risolto? Nessuno temo! Ma almeno, ho smesso di pensare di non poterci provare!”. Sorrise, più con gli occhi che con la bocca.
    Pochissime parole finirono al vento, quel pomeriggio. Molte le cose da dire, grande il piacere d'ascoltare.

    Verso le cinque, caricatosi lo zaino sulle spalle ancora una volta, si incamminarono insieme verso il limitare della foresta. “Mi piace molto come ti sei sistemato”, gli disse dopo un po', “non avrei potuto chiedere di meglio per te”.
    “Tra pochi giorni il lago sarà completamente scongelato. Allora forse si potrà attraversare in barca” disse l'altro con voce pensierosa. Per un attimo un'ombra sembrò attraversare i suoi occhi. Ma fu meno di un battito di ciglia. Si fermarono sul bordo del bosco a guardare la distesa d'acqua ghiacciata, illuminata dal sole che cominciava ad abbassarsi sull'orizzonte. Era un bello spettacolo. Il sentiero correva lungo la sponda orientale, fiancheggiata dai giunchi.
    Si abbracciarono. “In tal caso, ti aspetterò dall'altra parte, amico mio!” disse levando lo sguardo. Poi si volse e si incamminò di nuovo, questa volta con il sole negli occhi.


    March 27

    Diving into past


    Sono tornato a casa. Sono tornato per qualche giorno nel mio vecchio quartiere, nel mio vecchio appartamento dove oggi vive mia zia. Sono tornato in quel di via Savelli 37/43. Motivo ufficiale: dogsitting alla vecchia Wendy, quella simpatica della cagnetta della zia, che se n'è andata a fare un corso di aggiornamento fuori città. Io, il cane, e il gatto. Ho ridormito in camera mia, ho riguardato dalla mia finestra. Mi sono fatto da mangiare in quella cucina dove mi nascondevo da piccolo. Ho staccato Wendy a forza dal braghettone dell'arcata d'ingresso, del mio ingresso: quella peste si mangia il muro! Ho incontrato per strada persone che non vedevo da quasi otto anni. Mi sono fermato a guardare la mia scuola elementare e mi sono anche intrufolato dentro, in realtà, alla ricerca di ricordi.
    Molte cose sono cambiate, molte sono tutto sommato rimaste uguali: il vecchio autobus numero 84 continua imperterrito il suo giro di sempre, ma non passa più davanti agli stessi negozi.
    Sono tornato a casa per accorgermi, non senza dispiacere, che non è più casa mia. Nessuna nostalgia di quei luoghi, nessun rimpianto, nulla di lasciato indietro. Niente di niente. Intendiamoci: ho avuto moltissimo dalla vita negli anni trascorsi in quella casa, con le persone a cui ho voluto bene, ma sono stato così a disagio negli ultimi tempi che vivevamo lì che tutto il resto per me sbiadisce. Lo so che c'è stato dell'altro, ma dev'essere proprio in fondo al pozzo, perché a guardar giù ne ho visto solo l'ombra. Mi sono sentito estraneo, indifferente, e felice di esserlo. Perché per la prima volta mi sento lontano da quei tempi, perché la catena si è allentata e forse un giorno si sgancerà. Perché una volta di più mi sono accorto dove voglio stare, e soprattutto come voglio starci.
    March 07

    Lucidatura

     

    Avete presente le mele.

    Abbiamo giocato tutti a lucidarle.

    Restano sempre le stesse identiche dopo, ma cambia il modo in cui riflettono la luce.

    Si accendono.

    Tutte le mele per me sono state lucidate.

    O meglio, io non le vedo più come prima.

    Le vedevo opache e non lo sapevo.

    Ma non si sono accese le mele.

    Si sono accesi gli occhi.

    ...

    E all'improvviso tutte le mele riflettono.

    apple01

    February 16

    Verba Manent

     

    Parole. Oggi più che mai, mi rendo conto di quanto le parole siano capaci di trasformare il mondo. Cambiare gli avvenimenti, o in maniera più sottile, cambiare il modo in cui li vediamo susseguirsi sulla scena della nostra vita. E cosa è mai, in fondo, una parola? Un contenitore vuoto, un suono asettico, dentro il quale trasferiamo concetti, sensazioni, emozioni. Spesso e volentieri diamo per scontato che il "pacchetto" che riceviamo da chi ci sta parlando, i valori che egli dà a quel suono, sia lo stesso che avremmo confezionato noi; in quei casi il più delle volte capita di rendersi conto che non c'è niente di più falso. Parole.

    Ogni tanto incontro per la strada della mia vita parole (se non intere frasi) che sono rimaste vuote. Nel senso che hanno solo l'apparenza di un significato, ma in realtà sono un guscio dipinto, e dentro non c'è niente: in un certo senso mi fanno pena, costrette da chi le ha pronunciate a vagare senza messaggio. E magari addirittura a convincere qualcuno. La campagna elettorale è appena cominciata, e già sono stufo di ascoltare: è la contemplazione di uno stupro. Perché è questo che la parola subisce quando diventa uno strumento per sedurre (non convincere) la massa; quando viene piegata e distorta dalla retorica; quando non è portatrice di un'idea, ma solo del suo vago riflesso; quando suggerisce ma non esprime. E cosa ascoltiamo oggi? Da una parte la stessa minestra che abbiamo ascoltato nei cinque anni di governo della Destra, di una Destra che non si è fatta nemmeno la domanda se, dopo tanti anni nel frigo, quella minestra non sia un po' acida. Be' ve lo dico io: non è acida, è ammuffita. Dall'altra parte invece hanno rispolverato l'arte del antitesi e della conciliazione degli opposti: evidentemente non hanno molto da dire, o hanno paura di dirlo, se ogni qualvolta avanzano una proposta, subito sentono il bisogno di stemperarla, di spezzare una lancia in favore dell'idea opposta. Timore di una parola troppo incisiva? Di concetti troppo delimitati? Proprio come quelli che, indecisi se prendere Margherita (ogni riferimento a fatti o partiti realmente esistiti è puramente casuale) o Quattro Stagioni, restano inebetiti a guardare il menù, facendo aspettare amici e camerieri: insopportabili. 

    Il demagogo, vuoi quello che riesce a venderti il prodotto superato spacciandolo per nuovo, vuoi quello che non ha da venderti niente ma ci prova lo stesso, non è un politico: è una puttana.  

    Parole. Ne ho sentite tante, questo mese, che non avrei mai voluto sentire. Dolorose, destabilizzanti, inattese, inopportune perfino. Parole che creano, che plasmano realtà inedite. Il punto è che sono cose vere. Il verba volant è la più gran cazzata che mai sia stata pronunciata: ho smesso di crederci. Le parole non volano, costruiscono la realtà come e a volte anche più delle azioni: sono dannatamente reali. Pronunciane una al momento giusto, e guarda la tua vita che cambia. O la vita degli altri. E' solo una successione di suoni che volano nell'aria. E' solo la più grande invenzione del genere umano, l'arte di chiudere il mondo, di ricrearlo in un suono. Di ritrasmetterlo all'infinito. Ha una forza travolgente. Sebbene siano rari i momenti in cui ci si ferma a considerare la responsabilità delle proprie parole, diuna leva così potente nelle nostre mani.

    Parole. Avrei voluto essere capace di pronunciarne alcune, ma sono rimasto schiacciato dal loro significato. Troppo grande. Troppo sconosciuto. Troppo "altrui". Poi mi è venuto in mente che forse non tutti danno il valore che do io alle parole. Io ne dico troppe e ogni tanto non ci sto attento, ma non tutte hanno lo stesso valore per me; ci sono certe parole che non uso, perché non me ne sento all'altezza. Forse, se le usassi, nessuno ci farebbe caso comunque, circondate come sarebbero, annegate nelle altre. Ma ci farei caso io: e mi sentirei di averle tradite.

    Immagine

     

    January 19

    Io era tra color che son sospesi...

     
    Un giorno di tanti anni fa (non saprei dire di preciso quanti, ma ero abbastanza piccolo), mio padre mi regalò una bicicletta. Era il mio compleanno, credo.

    Fu un atto temerario da parte di papà, data la mia scarsa "agilità" in qualsivoglia attività sportiva. Aveva impiegato veramente tanto ad insegnarmi, ed io ero il peggiore degli allievi, perché davvero non avevo nessuna intenzione di imparare; tuttavia lui ne aveva fatto un punto d'onore: ricordo con orrore i pomeriggi passati a cercare di stare in piedi su quel trabbiccolo pericolosamente instabile. Ma imparai: non lo ringarzierò mai abbastanza per aver perseverato.

    Quella bicicletta venne qualche anno dopo, e mi ricordo che la trovai bellissima. Onestamente il colore non era il mio preferito, ma era mia, e questo faceva la differenza. Era il riconoscimento del fatto che avevo imparato. Ero capace da solo, con le mie gambe. Gialla e bianca com'era, i miei genitori le avevano messo una grossa coccarda rossa intorno alla canna, che io non mi sarei mai deciso a togliere.
    Venne l'estate e noi (che a quel tempo avevamo una routine estiva fantastica che prevedeva montagna a luglio, campagna ad agosto e mare a settembre) ce ne andammo a Champoluc in vacanza. Il nome della frazione era Champlan, e la casa stava dopo una lunga discesa asfaltata che in fondo piegava a gomito verso destra, entrando nell'abitato. Ricordo che mi divertivo ad arrampicarmi fino in cima a questa discesa con la mia bici nuova fiammante e poi a lanciarmi giù a rotta di collo, inseguendo l'ebrezza della velocità (mi piacerebbe tornare a vedere quella strada, chissà com'è in realtà: a me allora sembrava ripidissima!); in fondo facevo la curva e sfruttavo l'abbrivio per non dover pedalare nel pezzo in piano fino a casa. Cento volte l'avrò fatto in due settimane. La centounesima volta, quella curva, non la feci. Dritto contro il muro: un gran bel colpo.
    Me la cavai benissimo in realtà, straordinariamente illeso a parte un taglio sul ginocchio; per quanto riguarda la bicicletta, be', è stata la prima e ultima ruota quadrata che io abbia mai visto. Non la usai più quell'estate, e dopo un po' di tempo, mio padre la fece riparare. Vennero altre estati, vennero altre biciclette. Quella in particolare è ancora in campagna da me, così piccola, con la sua consumata coccarda rossa. Prende polvere nella stalla della Galotta, ma non nei miei ricordi. Vorrei aver conservato anche la ruota.
    Passano gli anni, resto lo stesso.

    Mi sono regalato un Erasmus. Ho deciso in piena coscienza, che sapevo stare sulle mie gambe. Che ero in grado, non solo, che avevo bisogno di andare.
    Di fare da me.
    Di guardare la mia vita da una diversa prospettiva.
    Di allontanarmi per migliorare.
    Di vedere le pecche che qui non riuscivo a mettere a fuoco.
    Di sanarle, forse.

    L'ho perseguito e l'ho perseguitato, perché proprio non voleva saperne di essere come lo volevo. Ho insistito e lo ho avuto: onestamente il colore non era il mio preferito, ma era mio, e questo faceva la differenza. Significava qualcosa, un viaggio dentro me stesso oltre che uno oltre le Alpi. Aveva la coccarda rossa.
    Ed ero veramente pronto sapete, mi ero preparato bene: ricordo con soddisfazione le ore passate a equipaggiarmi, a lucidare gli schinieri e a rammendare la cotta, a sellare il cavallo. Tuttora non credo che sia tempo perso.
    Ma anche questa volta, la mia corsa è stata interrotta quando ormai non potevo più fermarmi: già godevo il vento sulla pelle. Mi sentivo veloce, sulla bicicletta dei miei progetti.
    Mi è venuto addosso un muro. O forse è più giusto dire che io sono andato addosso a lui. Oggi non sono in grado di dirlo.
    Tra un po' di anni, forse, anche questa discesa non mi sembrerà più così ripida.
    E anche questa volta me la sono cavata benissimo in realtà, straordinariamente illeso a parte questo senso di amara impotenza che è una delle peggiori sensazioni che abbia mai provato. Però, ancora una volta, c'è una ruota quadrata: quella delle mie certezze, quella dei miei progetti. Sebbene sappia che verranno altre estati, e verranno altre biciclette.


    Dante Alighieri, Commedia, Inferno, Canto II, v. 52-54.





    November 21

    Il titolo è un suono di pioggia scrosciante. Tipo NEW AGE. Non lo so scrivere, vi prego di immaginarlo.

     
     
     
    Diluvia.
     
    C'era una bella conferenza stasera...mi piaceva l'idea di andarci. Storia dei Fieschi. Lo so che a voi non frega niente ma a me piaceva.
     
    Ma                 diluvia.
     
    Non ho avuto il coraggio di uscire a inzupparmi.
     
    Perché           diluvia.
     
    La verità è che è un periodo di stasi: parto tra 45 giorni suppergiù, e tento di speratamente di abituarmi all'idea; ormai sono mesi che c'è un inesorabile orologio dentro di me, un cucù che mi ricorda che parto, che manca sempre meno, che vivo la mia vita come se fosse tutto normale, ma non è vero.
    Gandalf direbbe: "E' il respiro profondo prima del balzo": cavolo se è profondo! 
     
    Vorrei stare a casa di più (ci sto provando) per bere fino all'ultimo la mia famiglia.
    Vorrei fermarmi a guardare ogni angolo della mia città per serbarla nei particolari.
    Vorrei dire tante cose a tanti amici, vorrei mostrare loro le radici che hanno messo nel mio cuore.
     
    Ma non RIESCO a stare a casa: sono a tappo. Ho sempre voglia di scappare fuori, lontano. Ho bisogno di una pausa. Invece di bere la mia famiglia, inghiottisco tensione.
    Ma non VEDO veramente ciò che guardo. Io guardo i muri di Genova e prefiguro i muri di Lione. Io ascolto la gente parlare e penso che il francese suona diversamente.
    Ma MI FERMO perché in fondo sono solo sei mesi, perché è solo che amo il dramma. Non ci sono frasi epiche da dire. Nessun addio da pronunciare. Non vivo in una tragedia di Shakespeare. 
     
    Quindi invece di scappare fuori di casa, scappo dal salotto e mi rifugio in camera. Patetico e degno di una ragazzina quindicenne. E poi diciamolo, non serve a niente.
    Quindi leggo la guida turistica di Lione (regalo quantomai azzeccato!), e cerco stampe della Genova del Quattrocento, e mi interessa la famiglia Fieschi. Non c'è niente di reale in tutto questo. Una città che "non esiste ancora" per me, o una città che non esiste quasi più. Eppure quella vera è lì fuori...ma è solo ambient.
    Quindi macino una quantità di cose da dire ma non le dico. Vale la pena dirle, ma escono così maledettamente drammatiche! E io non so renderle normali, e quindi le tengo lì per non essere preso per visionario. Ma ve le vorrei dire: magari ve le scriverò.
     
     
    Diluvia.
     
    La pioggia ferma le cose, perché si muove lei. Il mondo la riceve fermando la sua corsa: tutto sembra più lento, a confronto con lei. Ogni cosa decelera fino anche a fermarsi. La pioggia....diluvia sul mondo. E io sto fermo con tutto il resto. E respiro profondamente, prima del balzo. E forse sto andando in iperventilazione perché mi sembra di vivere in una bolla di sapone...è tutto ovattato, a parte quell'orologio a cucù.
     
    Diluvia.
     
    Ma diluvia fuori, o diluvia dentro?
     
     
     
     
    Adesso credo che leggerò la voce FIESCHI di Wikipedia A bocca aperta
     
     
     
     
     
     
     
    October 31

    Solo dentro questa zucca vuota, a lume di candela.

    E' dura essere un creatore di immagini. Il problema è che quando ne viene una in mente, finché non la dici o la scrivi lei non se ne va, e occupa spazio nella testa: e non lascia spazio ad altre immagini. Ronza come un moscone nella cervice finché non la si fa uscire. Allora e solo allora ne nascono di nuove. Ho capito perché Stephen King scrive così tanti romanzi (sovrumano c'è gente che dice che sicuramente mette il suo nome su libri altrui, peché li pubblica a ritmo forsennato). Probabilmente per scaricare l'immaginazione. Un colpo di gomma sul voglio e si ricomincia. Sebbene quel periodo che c'è tra un'immagine e l'altra, quando il foglio della fantasia è bianco, a volte sia molto piacevole, è un bene che duri poco. I costruttori di immagini vivono male senza i loro disegni, come ostriche senza perla.
     
    La musica riempiva l'aria mentre la giostra girava lentamente su stessa. Seduto su una panchina appena ridipinta, la guardava muoversi. L'aria era pungente ma non freddissima e calava la sera: era il momento migliore della giornata, quello, per guardare la giostra, così luminosa, così festosa così colorata; così piena di gente: bambini, nonni, madri con le figlie, giovani padri, tutti prendevano parte al gioco. E giravano in tondo, senza fretta, nella melodia un po' stereotipata che usciva dall'altoparlante. Ormai occupava tutto il suo campo visivo: era come se non esistesse altro per lui, che ogni sera si sedeva su quella panchina e stava a guardare. Tutto il giorno aspettava quel momento, non aveva altro. Dava un senso alla sua esistenza, e in qualche modo, a furia di guardarli girare, si sentiva parte di quel miracolo. Si sentiva vivo. Poi lentamente, tutti i giorni, la giostra si svuotava di gridolini estatici e di risate, la musica si fermava, ed egli restava solo nel giorno morente, su una panchina in un parco vuoto. Allora si alzava il bavero della giacca, e si allontanava nel buio.
    Ma quel giorno era diverso. Si sentiva differente, come illuminato, nuovo; non sapeva spiagerselo: sapeva soltanto che se stendeva la mano davanti a sé, tra le dita poteva vedere i pali della giostra che ruotava, e i cavalli dipinti e i carri e le carrozze, ed erano così vicini! Che sensazione mai si provava a salire? In fondo era una questione di centimetri, bastava volerlo. Si alzò e si fece coraggio; rimase lì qualche minuto, come inebetito, stupito da sé stesso e dalla propria audacia. Stava davvero per farlo? Solo un giro, non chiedeva altro: sentirsi come tutte quelle persone incantate per un solo istante, sentirsi anch'egli parte della magia. D'improvviso allungò il braccio e si aggrappò all'asta di uno dei destrieri di legno vicino al bordo. Correva insieme al cavallo, era solo questione di montare sulla pedana, e issarsi in groppa. Issò il piede sinistro fece forza sulla pedana e si diede la spinta per salire...il piede scivolò sul metallo bagnato da una giornata intera di scarpe umide che lo avevano calpestato. Cadde all'indietro sulla ghiaia, restando impigliato al palo del cavallo solo perchè il risvolto nei pantaloni aveva incontrato un chiodo sporgente. Vedeva le luci sopra di sé mentre veniva trascinato per terra dal movimento della giostra ma non sentiva più niente: non un suono, non una voce. Poi si fece buio.
    Si fece quasi un giro intero trascinato sulla ghiaia, prima che la giostra venisse fermata e che fosse chiamata un'ambulanza. La gente guardava la scena sconvolta: chi era quel tale venuto dal niente, che all'improvviso aveva cercato di montare sulla giostra in movimento? Chi aveva turbato con una tale sciocchezza tutti quei poveri bambini? Chi si era permesso di rompere l'incanto?
    Non lo videro più per settimane. Lo stupore iniziale si fece ricordo spiacevole, poi memoria, e poi sbiadì fra la musica e le luci, fra un palafreno dipinto ed un cocchio principesco. Non si accorsero di lui quando tempo dopo, ricomparve sulla sua panchina; del resto non lo avevano mai notato neanche prima.
    Non provò mai più ad avvicinarla, come se avesse capito che non c'era e non ci sarebbe mai stato posto per lui su quella giostra. "Riservato ai signori paganti", diceva il cartello a fianco alla cassa. Già perché c'era un cartello; e anche una cassa. Come aveva fatto a non vederli? Come credere che sarebbe bastato allungare la mano e fare un salto, per essere felici? 
     
     
     
    Che Hallowe'en interessante, questo.
    October 11

    Nuovo anno nuovo delirio

    Che pianto...guardate e sclerate con me!
    September 22

    Freno d'emergenza

    FERMATE TUTTO!

    Voglio scendere 

    Pochi giorni fa, la cucina di casa di Fully.

    IO (si parlava del più e del meno): "No, Fully, credo che non potrei sopportarlo: faccio già abbastanza fatica a mantenere un equilibrio vagamente stabile così, figurati un po' se ci aggiungi anche questa!"

    FULLY: "Ma cosa dici?! Tu instabile?! E che motivo hai d'essere instabile! Tu sei una persona serena e stabilissima!"

    E così ho avuto la dimostrazione che ho fatto bene i miei compiti a casa : i miei sforzi per mantenermi allegro, simpatico, ciarliero e compagnia bella in quasi tutte le situazioni, anche e soprattutto quelle che mi fanno star male, sono andati a buon fine. Sono etichettato come quello stabile. Ottimo. Allora chiedetemi ancora qualcosa. Vedrete che ce la faccio. No, sul serio, tanto posso farmi carico di tutto, ho un equilibro emotivo di ferro. Cemento armato. Garantito contro i terremoti per i prossimi settant'anni. Sono anche sensibile e capisco la gente al volo, quindi perché no, sono quello giusto, per tutti.

    Bene, me lo aveste detto sei mesi fa, sarei stato entusiasta, ma oggi ho altre notizie.

     La prima: non ce la faccio più a fare buon viso a cattivo gioco. Vorrei tanto, ci provo anche, ma mi rendo conto che mi logora: faccio troppa fatica e sono stanco. Perdo colpi. Mi prendo male. E mi dispiace cazzo! Ma ogni leva ha il suo punto di rottura, e il mio è tremendamente vicino. Quindi chiedo scusa in anticipo: prometto che continuerò a provare, ma non assicuro i risultati, quindi vi prego di perdonare i momenti di buio.

    La seconda e ultima: grazie a Dio ho amici che mi comprendono (o ci provano, cosa per cui si sono conquistati per sempre il mio affetto), ma a tutti quelli che non lo fanno e si contentano di incasellarmi, di chiudermi in categorie, definizioni, semplificazioni, devo fare un annuncio: da oggi rinuncio alle etichette. Anzi le rigetto. Non sono come vi aspettate che sia. SONO, e basta. Se corrispondo al vostro Francesco ideale, tanto meglio. In caso contrario, non so più che farci.

    Cordialmente vostro

    FraMari

     

     

     

     

    July 05

    Era anche ora

    UN PO' DI RESTYLING NON GUASTA MAI.

    Dopo un anno di quel palloso verdino ho portato un po' di colore a questo blog. Non sarà eccezionale ma se non altro è meglio di prima...



    June 24

    Del modo in cui deve sentirsi una plancia da Risiko

     
     
    Non ho mai amato la Solitudine. E' lei che si è innamorata di me.
     
    Credo di averla incontrata la prima volta in edicola, in piazza Solari. E sono sicuro che fosse un Mercoledì. Stavo comprando Topolino, vedete: quindi doveva essere Mercoledì. Io non mi ricordo di lei quel giorno, ha un viso talmente anonimo, la Solitudine, che passa inosservata; però lei deve avermi notato, forse anzi mi guardava da un po': aveva bisogno che qualcuno le facesse compagnia, probabilmente: oserei dire che la solitudine ha il problema di sentirsi sempre sola. Il che è strano perché sono sicuro che conosce un sacco di gente, quindi non dovrebbe sentire la mancanza di compagnia...ma probabilmente è una specie di psicosi: gli amici non le bastano mai. Se conoscessi un bravo psichiatra ce la manderei. 
    Sia come sia, le piacqui e prese a seguirmi. Ma non si fece vedere, si nascondeva tra gli ulivi davanti a scuola, e io non mi accorsi di lei: credo in realtà di non aver visto moltissime cose in quegli anni, Topolino era un meraviglioso schermo contro il mondo. Come un paio di occhiali molto scuri, le pagine Disney schermarono per me le fastidiose luci che mi colpivano gli occhi, e che erano il mondo reale: avevo un mondo a tinte pastello, e mi bastava. Che nido d'amore romantico per una luna di miele, dovette pensare lei! E io, pur ignaro della sua presenza, mi abituai alla sua compagnia, o a quei tempi direi più alle sue visite.
     
    Quando mi accorsi di lei, potete immginare il mio orrore: la cacciai a male parole e le dissi che non volevo avere niente a che fare con lei, tornasse un po' a casa sua! Rideva...non mi ero accorto delle manette di ferro che univano i nostri polsi: quella serpe doveva avermele messe mentre dormivo. La catena però era abbastanza lunga, e lei non è mai stata una forte nella corsa. Cercai di tenerla il più lontano possibile da me, anche se non potevo liberarmene. E cominciai a lentamente -mentre lei non vedeva- a consumare la catena con una lima da unghie che mi trovai in tasca (come ci fosse finita non chiedetemelo). Ci vollero anni, ma alla fine spezzai l'odioso anello che a lei mi teneva legato, e fuggii.
     
    Ma non per questo lei ha rinunciato a seguirmi; in qualche modo sa sempre dove trovarmi, ovunque sia mi raggiunge, troppo spesso nel momento sbagliato. E' gelosa marcia, sapete, mi fa delle scenate che non avete idea. Non riesco a togliermela di torno, e un po' mi fa pena: piange tanto. Vorrei potermi scordare di lei. Ma in fondo è una delle sicurezze della mia vita, no? Mi è a fianco da sempre. E' una morsa di ferro che mi stritola i polmoni, ma almeno è familiare...insomma mi ha fregato di nuovo, anche senza catena. E riuscita a infiltrarsi così in fondo al mio animo, che mi sembra di averla a fianco anche se non c'è. Ed effettivamente ormai c'è ben poco, è sicura di sé, può tormentare altri, tanto lo sa che io non scappo. E' il substrato dei miei pensieri, ha invaso la mia coscienza, e ha piantato la sua bandiera sfilacciata sulla cima del mio cuore. Ci ha lasciato un carrarmatino marrone e poi si è partita per altri luoghi della mappa , sicura delle difese della sua roccaforte.
     
    Spero che si sbagli. Spero che qualcuno glielo metta nel culo, che qualcun'altra cacci via la sua faccia scialba dalla mia memoria, bruci la sua deprimente bandiera e pianti al suo posto qualcosa di più brillante.
     
    Spero che l'unica donna al mondo che si sia mai innamorata di me muoia di morte violenta, e spero accada presto. E spero che qualcuna mi presti un'arma per farla fuori di persona, perché sapete: con solo una lima per unghie non vado molto lontano.
    April 30

    Coup de Foudre

    Domanda: perché la gente scrive sui muri? Cosa la spinge a lasciare indelebile segno del proprio passaggio sull'intonaco dei nostri palazzi, sui muretti lungo le strade, sui cassonetti della spazzatura?

    Se parliamo delle semplici TAG (alcune molto belle peraltro, ci sono dei veri artisti in giro: non smetterò mai di ammirare il loro buon gusto) di cui ormai sono letteralmente costellate tutte le porzioni di muro disponibile in città, la risposta è senza dubbio: istinto animalesco. Hanno molto in comune con i cani, i nostri taggers, sono solo più eleganti: invece di pisciare negli angoli, per marcare il territorio firmano il muro. Sciò voialtri, qui son passato io.

    Rivolgendo la nostra attenzione a scritte un po' più "articolate", in realtà il discorso non è molto diverso: se Pinco Pallino scrive su un muro "Valeria sei una troia" piuttosto che "Cinzia ti amo", quello che vuole non è comunicare a una ragazza un sentimento che prova nei suoi confronti, ma comunicarlo a quante più persone può! Se al signor Pallino interessasse veramente qualcosa a Cinzia o Valeria, andrebbe semplicemente da loro e ci parlerebbe, oppure scriverebbe una lettera; se invece scrive quello che pensa sul muro, le possibilità sono sono due: o non ha le palle per andare e dire a quattr'occhi quello che pensa, o è affetto da una forma più o meno spiccata di esibizionismo.
    Nel secondo caso, lo scopo di Pinco è farsi notare, saltare agli occhi della gente, anche a costo di calpestare i sentimenti delle povere Valeria e Cinzia, che avrebbero forse preferito restare nell'anonimato.

    Ecco dunque: la scritta sul muro è un modo di dire al mondo:"IO ESISTO, CONSIDERATEMI".

    Ora proviamo ad entrare più profondamente nella psicologia di Pinco Pallino, l'imbrattamuri. Si sdrai pure sul lettino, signor Pallino. Li tiri pure su i piedi, deve stare comodo, non si preoccupi che il lettino non si rovina. Bene, cominciamo....mi dica, cosa prova quando è solo con la sua bomboletta davanti a un muro per cosi dire "vergine"? Hmmm...euforia....vada avanti...sensazione di libertà e potere..interessante, quindi saprebbe dare una spiegazione a queste sue reazioni? Le sembra che supporre una loro dipendenza dalla consapevolezza di stare per fare qualcosa che verrà notato da migliaia di persone, sia corretto? Sì? Bene sono contento che sia d'accordo con me....e dunque si potrebbe anche dire che per lei non ha tanto importanza il testo delle sue "iscrizioni", quanto l'effetto che esso avrà sul lettore? No non mi fraintenda, non stavo insinuando che lei scriva cose a cui non crede o che per lei non sono importanti, stavo soltanto chiedendomi...ecco...se potesse scegliere tra due argomenti diversi -che le stanno a cuore, ben'inteso- di cui uno ritiene faccia più scalpore dell'altro, non sceglierebbe forse quest'ultimo, per la sua opera murale? Ci pensi bene...ecco vede che siamo sulla stessa lunghezza d'onda! Va da sé quindi che...ehm...signor Pallino prenda pure un fazzoletto se le cola il naso, sono lì a fianco...okay: meglio (per lei e per la pelle del mio lettino). Dicevo...sì, è logico dedurre da tutto ciò che più popolare diventasse una sua scritta, più lei si riterrebbe soddisfatto, giusto? Giusto...quindi se per assurdo lei suscitasse tanta rinomanza da ottenere un trafiletto su un quotidiano, come si comporterebbe? Per carità non si agiti così...tutto quest'entusiasmo per una banale congettura! Devo concludere che la cosa le farebbe piacere, vero? E probabilmente farebbe di tutto perché l'evento si ripetesse, giusto? Uhm...Cercherebbe di ottenere la prima pagina...signor Pallino lei mira in alto! Senta un po', un'ultima domanda: secondo lei, non sarebbe possibile che, visto il successo da lei ottenuto, altri...ehm...scrittori parietali cercassero di emularla, magari nella speranza di ottenere i suoi stessi...onori? Lo ritiene probabile...capisco. Bene il nostro tempo per oggi è finito! Ci vediamo la settimana prossima, signor Pallino eh, stia bene mi raccomando e attento alla salute, con tutto il freddo che prende, là fuori di notte...arrivederci! Ah signor Pallino? Uscendo può gentilmente dire alla mia segretaria di far accomodare il signore con l'impermeabile? Sì sì lo so che ha solo l'impermeabile ma che ci vuol fare, siam qui per questo...ancora buongiorno, a presto!

    Conosco un prete che ultimamente ha fatto carriera, un gran bravo prete a quanto ne so, pieno di qualità: deciso, colto, intelligente, gentile, sensibile e profondo, appassionato. Lo hanno eletto presidente di una assemblea di altri preti famosi e importanti, e insieme con loro ha buttato giù due paginette su un argomento di grande attualità in Italia, di cui anche giù a Roma si parla tanto, tra quei chiassosi signori che compongono la nostra classe politica. Del tutto legittimo, in uno stato come il nostro fondato sulla libertà di pensiero e di espressione, il parere di questi sacerdoti fa paura. Si teme che possa influenzare la scelta dei politici, che possa (come dire?) costringerli a cambiare idea, forzare loro la mano. Già perché i nostri politici fanno fatica a ricordarsi che sono uomini liberi in uno stato libero, che hanno una testa per pensare, che possono ascoltare tutte le campane e poi farsi un'idea propria e scegliere di conseguenza. Devono essere accompagnati per mano, in fondo che vuole, son ragazzi, van ben guidati finché non sanno reggersi sulle proprie gambe...Laicità dello stato: non è forse l'indipendenza del legislatore da ogni pastoia ideologica religiosa? Ebbene non ce l'hanno quest'indipendenza i nostri politici? Devono forse preoccuparsi dell'esistenza di un'etica religiosa, di un consiglio morale a chi crede? Non sanno scegliere in coscienza con la loro testa? E se vanno un po' in crisi di coscienza, non sarà una buona cosa? Penseranno un po' di più prima di votare, il che diciamocelo non guasterebbe!

    A causa di questo timore imperante, qualcuno settimane fa ha espresso SUI MURI il proprio pensiero sul nostro prete, cosa che ohibò, ha fatto sollevare l'opinione pubblica, perché son cose che non si fanno, non sta bene a un uomo di Dio (come se prima non si fosse soffiato sul fuoco per giorni). E zac! La stampa c'è andata a nozze...colpo di fulmine, è stato amore a prima vista, ma non tra il potere ecclesiastico forte e gli imbrattamuri idealisti, bensì tra questi ultimi e le testate giornalistiche: è stato tutto un crescendo di botte e risposte a colpi di vernice e inchiostro, dalle terze pagine dei quotidiani cittadini alla prima delle testate nazionali, dalle scritte "Vergogna!" sulle porte ai proiettili in raccomandata espresso! E' un affare, un businness grosso come una casa per i giornali, che vendono più che con gli stupri di gruppo, e una bella occasione per quei megalomani che non conoscono che questa misera forma di contestazione per mettersi in mostra. Nel complesso, uno schifo: schifo quei poppanti dei nostri politici, pavidi e condizionati; schifo questa Chiesa così lenta ad adeguarsi ai tempi, non nei contenuti ma nei modi di comunicazione: così in difficoltà a farsi capire; schifo questa contestazione polemica invece che costruttiva, per di più vigliacca perché anonima: cazzo vuoi dimostrare coi bossoli di pallottola? E infine schifo i muri delle nostre belle città rovinati.

    P.s.: Strano ma vero sotto casa mia qualcuno ha scritto "Abbasso Prodi, viva Ruini", ma nessuno sembra farci caso....

    April 01

    Filo e Melassa

    La mia anima abita il mio corpo. Fin qui tutto regolare: è padrona assoluta di ognuna delle mie
    cellule nervose, muscolari, ossee o epiteliali, risiede in ogni singolo globulo rosso, in tutti i linfociti. Scorre attraverso le mie vene e i miei vasi linfatici, percorre i miei nervi insieme agli impulsi elettrici. E vi posso assicurare che si trova benissimo, sta come un pascià; d'altronde sono arredato con gusto e la terrazza panoramica offre una vista a quasi 180 gradi sul mondo, senza contare che nessuno sta mai bene come a casa propria...e la mia anima è nata qui 19 e rotti anni fa, e non ha mai dato segno di volersi trasferire (anche se mi risulta che Lassù concedano ad ogni anima un trasloco solo, per motivi straordinari o per scadenza del contratto d'affitto e conseguente sfratto).
     
    Poi c'è il mondo di fuori: provate ad immaginare di avere un'attico spazioso e bene ammobiliato, con tutte le comodità e terrazzo a tetto, piante rampicanti e nani di terracotta (c'è gente a cui piacciono); metteteci dentro tutto quello che avete sempre desiderato, create la casa perfetta; ora mettetela in mezzo al nulla: in una landa desolata, in mezzo a una fitta foresta o in una città abbandonata del Far West, magari a fianco al vecchio Saloon, in cui nessuno mette più piede da un secolo. Voi, la vostra bella casa, la sabbia e i ruderi che marciscono. Vi piacerebbe ancora vivere lì? Non credo.
    Questo per dire quanto importante per una persona sia l'ambiente in cui vive, quanto lo siano soprattutto le persone con cui lo condivide.
    Ebbene non so le vostre, ma la mia anima, quando si sporge un po' fuori del corpo e va alla ricerca di -come chiamarli?- spiriti affini, ha l'impressione di nuotare nella melassa. Non è difficile fare nuove conoscenze, intendiamoci, il mondo è pieno di gente simpatica. Tuttavia è addirittura ostico stringere un rapporto, superare il livello del fare due chiacchiere, costruire qualcosa con qualcuno/a perché semplicemente si intuisce che con quella persona si può, che ne vale la pena, che arricchirebbe tutti e due. Credo di sapere anche il perché: il problema è che non ci si fida che di se stessi, della propria metaforica schiena. A ognuno il suo, ognuno porta la sua croce e tendenzialmente non si arrischia a farsi aiutare dal primo Simone di Cirene che passa. Chissà che non ci lasci in braghe di tela a metà strada, proprio quando cominciavamo a sentirci un po' sollevati...non sia mai! Piuttosto facciamo tutto da soli.
     
    Negli ultimi tempi ho ascoltato attonito due dei miei più cari amici fare questo discorso: "Gli amici non te li scegli, capitano. Io non faccio niente per un'amicizia, tanto se deve crescere, cresce da sola, non abbiamo nessun controllo su di essa. Le persone vanno, le persone vengono, io prendo quello che capita".
    Bene, è la più grande cazzata della Terra. E' vero, non ci è dato sapere chi incontreremo sulla nostra strada, e non ci scegliamo le conoscenze, si conosce chi si incontra. Ma ognuno di noi ha il sacrosanto diritto di SCEGLIERSI GLI AMICI. E poi ha il conseguente dovere di LAVORARE sodo per costruirla, un'amicizia: perché pochissimi sono i casi in cui si costruisce da sola. Ti deve veramente andare di culo.
     
    Mi piace pensare ai rapporti come a una rete di fili che ognuno tiene in mano. Dalle mani di tutti partono fili che arrivano nelle mani degli altri, un capo per uno. A seconda di quanto il rapporto è stretto, il filo è più o meno teso.
    A parte quelli della mia famiglia, tengo in mano una decina di fili, non di più, particolarmente tesi. Le persone che stanno dall'altra parte le ho letteralmente prese al lazo: le ho conosciute, le ho apprezzate, le ho stimate. Poi ho preso la mira e ho lanciato il mio filo. Ora, sapete bene che un filo sta in tensione solo se è tirato da entrambi i capi, e che è difficilissimo tendere un filo male assicurato: di solito ti resta in mano (ogni tanto è successo); e qui sta il difficile, perché per me non è mai stato  problematico concedere la mia fiducia a qualcuno: è sempre stata un'impresa essere sicuro di avere la fiducia degli altri! Così sono andato avanti a tentoni, come si fa per saggiare una corda: ho tirato prima piano, poi un po' più forte, nella speranza che chi era di là si accorgesse del guizzo del filo, e decidesse di stringere un po'. Ognuno naturalmente è libero di tendere i propri fili quanto vuole, e di fare delle scelte. La tensione finale del filo di solito è una buona media tra le intenzioni dei due, ma c'è sempre qualcuno che vorrebbe di più, e che continua a dare piccoli strattoni di avviso: "Ehi, guarda che questo filo tiene, guarda che lo sottovaluti, guarda che potresti chiedergli di più, guarda che io vorrei chiedergli di più!". Questo ruolo, questa condizione di pesce (un pesce folle, ok) che sta attaccato all'amo di un pescatore distratto e tira per farsi sentire filo finché quello non si ripiglia, si accorge di lui e lo tira su (veramente masochista questo pesce, lo ripeto), è la melassa in cui nuota l'anima, è  qualcosa di terribilmente sbagliato, perché è unilaterale. Ci credo che il pesce sembra folle, è un pesce ridotto così male da dover fare in modo che lo peschino: è un pescatore che a un certo punto diventa pesce, un paradosso. Finché può fa da solo, sceglie, prende la mira e lancia il suo filo; poi deve per forza farsi pesce perché dall'altra parte non viene un impegno simile, dall'altra parte c'è uno che non vuole quel filo (ne ho incontrati pochi) o uno troppo pigro per fare qualcosa (ne incontro continuamente). Questo è il motivo per cui alla fine i fili tesi sono pochi. Ma perché deve essere così? Perché bisogna che sia così difficile? Perché siamo diventati così diffidenti? Non so se vi è mai successo, ma credetemi è frustrante al massimo avere a che fare con qualcuno che si stima molto e a cui si è pronti a dare tutta la propria fiducia, e non riuscire a farsi dare la sua; "e che, non sono forse degno della tua fiducia?" Le risposte che uno può darsi sono due, una volta sicuri di aver dato il massimo: in tutta onestà e senza offesa, ma no non ne sei degno, non vai bene per me. Si può accettare e capire una risposta simile, è umana se non altro. Ma la seconda risposta possibile, quella mi spaventa: no io non do fiducia completa a nessuno. Questa è un classicone, è una risposta da manuale di chi è arrivato alla filosofia dell'ogni uomo è un'isola, e si sente circondato da persone se non ostili, almeno estranee.
    La mia fatica è proprio accorgermi che ce ne sono tanti che tendono a pensarla così. Sebbene io non mi senta circondato da estranei, sono costretto a vivere come se lo fossi semplicemente perché gli altri vedono me come un estraneo. Volente o nolente, la società dice questo. Dice ognuno per sé. Dice: "No grazie Simone, faccio da me con questa croce", e non pensa che Simone forse aveva bisogno di portarla quella croce, ne aveva bisogno per sé, per non sentirsi un'isola.
    March 13

    Freccette s.r.l.: Azienda specializzata in demolizioni Psicoemotive a domicilio...

    Finalmente bivacco! Dopo mesi di lavoro sul gruppo, la nostra prima prova sul campo...

    L'abbiamo preparato tanto, ci abbiamo messo tutto l'impegno possibile, abbiamo discusso, abbiamo ridiscusso, abbiamo concordato una formula di compromesso che andasse bene. Abbiamo messo in piedi delle signore attività, abbiamo cercato e trovato una signora località (non mi ricordavo che Framura fosse un posto così bello: panoramica sì, ma questa volta l'ho trovata evocativa!) e abbiamo aperto le iscrizioni.
    Poi siamo partiti, per quello che avrebbe dovuto essere ed è stato il primo bivacco delle Freccette diverso dai nostri soliti finesettimana svacco a Monteleco. NEL COMPLESSO, UN SUCCESSO.
    Non eravamo tanti, direi un numero giusto: ventitré. Devo dire che mi dispiace parecchio per quanti hanno deciso di stare a casa, e si sono persi il meglio che oggi il nostro gruppo può dare; d'altra parte mi rendo conto benissimo che quello che io considero il meglio, facilmente un altro può considerarlo il peggio, e anche che è stato proprio il numero contenuto a permetterci di lavorare così bene.
    Il lavoro da fare in realtà era semplice: ventitré buste appese al muro, come le calze della Befana; una penna, tanto silenzio e ventidue foglietti a testa (mi domando ancora perché fossero di carta velina...), su cui scrivere una critica "costruttiva" per ciascuno degli altri partecipanti; una notte per macerarsi nella curiosità/timore di quello che avresti trovato nella tua busta. Poi, la mattina dopo, un'ora abbondante di deserto per aprire la propria busta e confrontarsi coi propri difetti: ora qui sta il succo della questione, perché si poteva fare in due modi. Si poteva arrivare belli corazzati a questo momento, e farsi scivolare le critiche addosso: si comprendevano, si soppesavano, si accettavano e poi ci si preparava a rispondere.
    Oppure si poteva cercare di viverle: si poteva lasciarsi smontare, sentirle nella pancia invece che nel cuore. Più violento, forse più immediato, non so quanto più efficace o più giusto. Fatto sta chi io ho fatto così, e l'ho fatto apposta, perché era una cosa che non facevo più da tanto tanto tempo. Una sorta di esercizio e un test, per dimostrarmi che non sono quel cinico freddo che ultimamente mi sembra di essere, ma che sono ancora lo stesso di 9, 5, 3 anni fa, quello che non sa controllare le emozioni. Ha funzionato meravigliosamente...sono andato in pezzi.
    Terza parte dell'opera la condivisione: ognuno interrogava una o più persone sulle loro critiche, chiedeva e dava chiarimenti, si confrontava col gruppo su quanto aveva letto e scritto. Anche qua abbiamo fatto centro, perché non ci sono state scene del tipo gente che si getta furente sui capelli della vicina urlando "Puttana!" o robe simili: molto civile, molto disteso e anzi sempre più disteso mano a mano che si andava avanti e scendeva la tensione, molto proficuo. Finalmente, costriamo qualcosa, mettiamo in piedi dei rapporti veri, e la cosa si tocca con mano.
    Alla fine ci siamo messi a giocare al telefono senza fili, cosa che non facevo più da un secolo, e ci siamo divertiti come bambini alle giostre.
    E siamo tornati a casa, tutti stanchi, ma credo quasi tutti soddisfatti. Spero che sia stato il primo di molti che verranno, e spero che tutti la pensino come me. A voi, amici, posso solo dire grazie, perché forse non lo sapete ma mi riempite la vita.
    Epilogo: ho messo piede a casa alle sette di sera, minuto più minuto meno. Impegnato a raccogliere i miei pezzi, a cercare di rimettermi insieme. Del tutto senza difese. Guarda caso, mio padre ha scelto proprio ieri sera per litigare con me: forse aveva ragione, forse aveva torto, ma a prescindere dall'argomento (che pure per me è capitale) mi ha fatto un piacere. Ho scoperto che lì sotto lo strato di ghiaccio ci sono ancora io. Quello che sente forte, spesso troppo forte. Quello che si faceva male di niente, ma che si appassionava completamente, che si lasciava trasportare. Mio malgrado, ho pianto un'ora e mezza. C'è ancora speranza!
    February 26

    Tra Tre Canzoni

    "Ho sparato nel profumo
    delle viole a Waterloo
    fra le rose
    sulla linea Maginot:
    cavalcavano ragazze
    muli lenti sui sentieri
    con le gambe larghe
    per i nostri cuori.
    Sono stato vecchio ad Alamo
    bambino a Maratona.
    Ogni idea, l'ultima,
    era buona.[...]
    Dormono, gli aironi, dormono
    come fiori su un gambo solo
    è troppo grande il cielo
    per capirlo al volo.[...]
    Passerà settembre
    passerà novembre
    io non tornerò
    non mancava poco
    no, non era un gioco
    non ti abbraccerò
    amore, amore è inutile
    io ti ho inventata
    e non ci sei."
    Parte Prima: "Encore un de foutu!". Sembra che il destino voglia proprio prendersi gioco di me: le ultime notizie dal fronte orientale sono grandi speranze seguite da rapide disillusioni. Non basta angariarmi, no, bisogna prendermi anche in giro, se no non è divertente. Ebbene io ci sono rimasto male questa volta, perché non me lo sono meritato: io ho avuto pazienza, e mi sono preso dei gran pesci in faccia come ringraziamento. Amen. Non ne farò un patema, carissima, non vali un patema; voglio solo che sia chiaro che non c'è alternativa, perlomeno per ora. Questa volta le regole le faccio io, e non farò un'altra volta la parte della banderuola deficiente, tantopiù che se qui c'è una banderuola, quella sei tu, e lo sei da anni. La mia posizione è sempre stata una sola, e tu lo sai.
    I rapporti che non evolvono, marciscono.
    "Si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina,
    ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima.
    Ladri e profeti di futuro mi hanno portato via parecchio,
    il giorno è sempre un po' più oscuro, sarà forse perchè è storia, sarà forse perchè invecchio...
    Ma le strade sono piene di una rabbia che ogni giorno urla più forte,
    son caduti i fiori e hanno lasciato solo simboli di morte.
    Dimmi se son da lapidare se mi nascondo sempre più,
    ma ognuno ha la sua pietra pronta e la prima, non negare, me la tireresti tu."

    Parte Seconda: Come due anni fa alle Maldive, ho avuto questa canzone per colonna sonora della settimana bianca. Stranissimo in realtà, perché è rimasta nella mia testa strettamente legata a certe sensazioni tropicali, profumi, rumori ecc. E quelli mi venivano in mente in una Valtellina sì calda per la stagione ma di certo non tropicale! Purtroppo ho perso il mio lettore mp3 il secondo giorno, e così ho ripiegato su quello di Umbe: l'unica canzone che mi ispirava della sua pur ricca collezione di brani (eufemismo) era questa. E allora mi sono concesso un bis, e ho pensato sempre al mare restando in montagna!
    Che dire della settimana bianca in sé: era la mia prima volta da educatore nel pieno delle sue facoltà, e il mio bilancio è positivo, nel complesso; certo tante cose sono da migliorare, abbiamo fatto una o due cappelle niente male, ma non me ne pento e tantomeno mi sento di biasimare nessuno: le intenzioni erano le migliori e ci abbiamo messo il cuore. Sul piano umano poi, non posso che ringraziare! Dopo un anno di pausa dalle settimane bianche di Fully, torno promosso a educatore e mi trovo in mezzo a una manica di ragazzini di 3 o 4 anni meno di me: all'inizio, lo confesso, avevo paura che non avrei avuto niente da dire o da condividere. Ho dovuto ricredermi! Poche cose mi hanno soddisfatto come passare una settimana semplicemente a parlare con questi ragazzi e ragazze. SONO SEMPLICEMENTE FORTI! Non trovo termine migliore per definirli, e fanno pensare un sacco, mi hanno messo in discussione, mi hanno fatto crescere. Spero di essere riuscito a dare loro solo un quarto di quello che loro hanno dato a me.
    Peccato solo per la neve, che era ben poca. Ma ci si accontenta!
    E rinnovati grazie a Fully, Enco, Mery, Filo, Fra, Cri, Mazzo & Vu, e alla prof Vitale (nonché Dora e mamma dello stimato amico Pietro Pesce detto Fish). Grazie a Umbe che ha chiesto di stare in camera con me e che dopo mesi mi ha onorato ancora della sua confidenza: non sai quanto piacere mi ha fatto, più di quello che immagini! Grazie alle cameriere dell'albergo che mi hanno sempre raddoppiato la razione di brioches!
    E mando un grazie anche Lassù: quando succedono queste cose (l'altro ieri come ad Agosto scorso) mi rendo conto che la mia vita evidentemente è preziosa per qualcuno nel cielo, e che se non mi si riservasse qualcosa di importante, non ne uscirei tutte le volte senza un graffio! Grazie per qualunque compito Tu mi stia riservando, la Tua attenzione nei miei confronti è il più grande regalo potessi farmi!

    "Un Oceano di Silenzio scorre lento
    senza centro né principio
    cosa avrei visto del mondo
    senza questa luce che illumina
    i miei pensieri neri.
    Quanta pace trova l'anima dentro
    scorre lento il tempo di altre leggi
    di un'altra dimensione
    e scendo dentro un Oceano di Silenzio
    sempre in calma."
    Parte Terza: altro mese interessante, altro mese difficile: università a gonfie vele, ma ho l'impressione che sia un vento infido quello che soffia in poppa. Un sacco di conoscenze, un sacco di pensieri, un sacco di idee. Tormenti. Il mio cinismo mi sorprende, mi spaventa. Ma la cosa che mi spiazza è che non sono capace a immaginarmi sereno: è come se nel rivolgimento interiore avessi trovato me stesso. Un'identità in tempesta...cosa sarebbe di lei se le cose andassero a posto? Entrambe le ipotesi che ho fatto mi turbano: forse non la perderei affatto, forse sono proprio fatto così e ai turbamenti di oggi se ne sostituirebbero di nuovi, perché sono vitali per me, e li genero per essere; ma come assaporare un secondo di calma allora? O forse perderei me stesso, e le mie ali avvizzirebbero e diventerei un animale di terra, io che forse sono sbattuto dal vento, ma vivo per aria da tutta la vita...
    February 06

    La Frutta Letteraria

    Era un bambino normale, grossomodo. Bello dicevano, la mamma era così orgogliosa che la fermassero per la strada per farle i complimenti. Biondo cenere, occhi blu (non può essere dicevano, sarà il figlio del postino!) e lingua lunga. Odiava andare all'asilo, e odiava quegli orrendi Gran Turchese che gli propinavano alla mensa. Si divertiva un po' come tutti i bambini della sua età: costruzioni, macchinine, e disegno; era così fiero del suo modo di disegnare le mani delle persone, gliel'aveva insegnato una sua amica: faceva un pallino rosa e poi ci aggiungeva tanti raggi ugualmente rosa, con in cima dei pallini più piccoli. Poco importava quante fossero queste righe, se cinque, nove o dodici o sedici: non si era mai contato le dita della mano, non lo sapeva proprio cosa volesse dire contare! Ma cavolo come gli sembravano belle fatte così, sembravano proprio vere, sì sì la Sara aveva ragione venivano proprio bene...si sentiva un genio del pennarello!
     
    La sua rovina fu la frutta. La frutta letteraria.
     
    "4 giugno 1993: Buon compleanno! Questo scrittore racconta storie meravigliose, spero piacciano a te così come sono piaciute a me! Zia Paola."
    Non lo sapeva la zia (anche se immagino lo sperasse), ma regalandogli quel libro, La Pesca Gigante, innescava un meccanismo da quel giorno incontrollabile nella fantasia del nostro virtuoso del pennarello. Mi piace pensare che se non fosse stato proprio quello il primo romanzo della sua vita, le cose sarebbero andate diversamente, nel bene e nel male. Fatto sta che era proprio La Pesca Gigante, 166 meravigliose pagine della materia di cui sono fatti i sogni. Finì drogato. La sua fantasia era come una fantastica automobile parcheggiata sotto casa: Roald Dahl ne aveva le chiavi. Quel giorno fece sedere il bambino sul sedile passeggeri, si accomodò alla guida, infilò la chiave nel cruscotto, mise in moto e partì. Un flash, fu semplicemente un flash, proprio come quello dei drogati...e tanto bastò. Divorò senza soluzione di continuità tutti i libri di Dahl, solo perché lui continuasse a guidare, per essere portato lontano. Tuttavia già non molto tempo dopo, il suo altissimo autista cominciò a lasciarlo guidare per un po', ogni tanto; e un giorno lo guardò sorridendo e gli consegnò le chiavi: non avrebbe più condotto una macchina che non era sua, non ora che poteva farlo il legittimo proprietario.
    Finora il ragazzo non si è mai fermato, ha sempre ininterrottamente guidato: nel frattempo è passato dal pennarello ai pastelli, poi al carboncino e alla sanguigna. Ha provato le tempere e gli acquarelli e anche lo smalto acrilico. Ha deciso che la sua matita è la F e le mani che disegna ora hanno cinque dita, un palmo e pefino un polso: continua però ad andarne fiero come il primo giorno.
     
    Certo, come tutti gli stupefacenti la sua droga ha effetti collaterali, o meglio UN effetto collaterale: distorce la realtà. L'uso prolungato delle sostanze comunemente denominate IMMAGINAZIONE e SOGNI alterano la percezione del mondo. Ci si crea un idea di come dovrebbe essere il mondo, si forgia la propria mente su un universo che non sempre corrisponde alla realtà. Si sposano alti ideali, e soprattutto ci si mette ad aspettare qualcosa, un evento sensazionale, o una passione dirompente che ti cambi la vita; si ha vive con l'impressione che la propria esistenza sia vicina ad un punto di svolta, che quella finora vissuta sia solo l'anticamera della vita, e che dietro l'angolo ci debba essere quel mondo cristallino, potente, VERO che si aspetta da sempre.
     
    Ora, di regola la mente quel ragazzo si scontra con un mondo che si rifiuta di adattarsi alle Idee, ai concetti puri che porta nel cuore. E questo è il motivo che mi fa dire che la frutta letteraria è stata la sua rovina: guardo lui, guardo gli altri, e penso che la sua è una lotta senza speranza; che è più sano e meno doloroso il comportamento di chi (e tanti ce ne sono) chiede al mondo solo quanto esso può facilmente dare loro. Poi però mi ricordo che ESISTONO dei momenti, degli attimi in cui il mondo che mi circonda coincide perfettamente con il mondo che porto nel cuore: sono rari segmenti di esistenza, ma splendono. In quei secondi di armonia, lì si può annusare la poesia, lì se ne piantano i semi. Quel ragazzo vi trova la quintessenza di se stesso, e la ragione per cui è al mondo. 

    Ecco perché a chi mi dice di rimettere i piedi per terra, di tornare sulla Terra perché sono i miei sogni a farmi male; a chi mi consiglia di accontentarmi, e sostiene che la è la sproporzione tra il mio mondo e quello della vita vera a causare dolore; ai pragmatici che rinunciano a un ideale in nome dei piaceri facili, io rispondo che non solo mi è capitato di ESSERE quel bambino, ma che ho VOLUTO esserlo, e che tornassi indietro lo sarei ancora e ancora, con tutti i pro e i contro. Poi li invito ad andare in libreria e a comprarsi La Pesca Gigante: potrebbero avere bisogno di qualcuno che porga loro le chiavi della Ferrari che hanno in garage...